
A Catania c’è un luogo che racconta meglio di qualunque analisi il fallimento dell’urbanistica cittadina. È l’area di Corso Martiri della Libertà, una gigantesca ferita urbana che separa il centro storico dal mare e che da decenni è prigioniera di progetti annunciati, “archistar” evocate e promesse mai mantenute.
L’ultimo articolo pubblicato da Corriere Etneo a firma di Francesco Finocchiaro ricostruisce bene questa storia fatta di piani mai nati e visioni rimaste sulla carta. Nel tempo sono stati chiamati in causa nomi di prestigio dell’architettura internazionale come Massimiliano Fuksas e Mario Cucinella. Ma dietro questa sfilata di grandi firme si nasconde una verità molto meno elegante, l’urbanistica catanese è stata gestita per decenni, ma anche oggi, senza una vera strategia pubblica, col sospetto di interessi sottesi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti, uno dei più grandi vuoti urbani d’Europa nel cuore della città, col mito delle archistar come alibi politico.
Negli anni la politica cittadina ha spesso utilizzato un espediente ormai classico, evocare l’intervento dell’architetto di fama internazionale per dare l’impressione che la soluzione fosse vicina. È un copione già visto. Si annuncia il masterplan rivoluzionario, si mostrano rendering spettacolari, si parla di rigenerazione urbana. Poi il progetto scompare e il vuoto resta. Il problema non è mai stato l’assenza di idee. Il problema è sempre stato l’assenza di decisioni.
L’urbanistica è stata trasformata in uno strumento di gestione degli equilibri tra interessi privati, non in una politica pubblica capace di orientare lo sviluppo della città. Il nodo vero è la rendita fondiaria La questione decisiva non è solo architettonica. È economica.
L’area di Corso Martiri della Libertà è da decenni uno dei più grandi bacini di rendita fondiaria della città. Il suo valore non deriva da ciò che è stato costruito, perché di fatto non è stato costruito nulla, ma dalle aspettative edificatorie accumulate negli anni.
E qui emerge la responsabilità di chi ha governato e governa l’urbanistica, il tecnico inamovibile. Per troppo tempo la pianificazione è stata utilizzata per distribuire diritti edificatori e valorizzare proprietà private senza pretendere tempi certi, investimenti reali o opere pubbliche adeguate. In altre parole, si sono create rendite senza costruire città.
Il risultato è un paradosso tutto catanese, un’area centralissima che esiste soprattutto come valore finanziario potenziale, non come spazio urbano reale. Un vuoto che racconta il potere delle lobby urbane. Quando per quarant’anni un progetto non si realizza, non è più un problema tecnico. È un problema politico, un problema economico.
Significa che il sistema decisionale della città è rimasto bloccato tra interessi proprietari, debolezza delle amministrazioni e una pianificazione incapace, ovvero troppo capace, di imporre regole chiare.
L’urbanistica, che dovrebbe essere lo strumento con cui una comunità decide il proprio futuro, è stata progressivamente ridotta a terreno di mediazione tra gruppi di interesse, tecnici ed economici. Non è un caso che ogni tentativo di ripensare radicalmente quell’area finisca per arenarsi. La città che non decide Il punto non è scegliere tra il progetto di Fuksas, quello di Cucinella o quello di qualche nuova archistar. Questo è il dibattito sbagliato.
La vera domanda è un’altra: chi decide il futuro di quel pezzo di città? Chi è il padrone delle scelte opache?
Finché la risposta resterà affidata a un equilibrio opaco tra proprietà private, aspettative speculative e amministrazioni incapaci di esercitare una regia pubblica e tecnici famelici, l’area di Corso Martiri continuerà a essere ciò che è oggi, un enorme vuoto nel cuore di Catania. Non è solo un problema urbanistico. Ma un fallimento politico. Politica che è nelle mani di tecnici arroganti. E forse il simbolo più evidente di come la città abbia rinunciato, da troppo tempo, a governare davvero il proprio sviluppo.