C’è un’immagine che più di tutte restituisce il senso della giornata di Enna, l’Inno di Mameli all’inizio, le porte chiuse subito dopo. Dentro, oltre 400 tra eletti e amministratori di Fratelli d’Italia e fuori le domande che restano senza risposta. È la fotografia plastica di un partito che in Sicilia è diventato grande in fretta, forse più in fretta di quanto sia riuscito a darsi una linea chiara nei momenti difficili.
Il partito che ascolta (ma non decide)
All’Hotel Federico II si consuma un rito ormai rodato, un confessionale politico, amministratori che parlano, vertici che ascoltano. Giovanni Donzelli e Arianna Meloni restano defilati, evitando il confronto pubblico. A fare da cerniera è il commissario Luca Sbardella, che ribadisce la linea: “non è qui che si decidono queste cose”. Il problema è proprio questo. Se non è lì, dov’è? Perché mentre dentro si ascolta, fuori la politica incalza, i casi polemici restano sospesi in una terra di mezzo.
La “questione morale” che va e viene
La frase più onesta, e insieme più spietata, arriva da Nello Musumeci. La questione morale in Sicilia è come l’Isola Ferdinandea, emerge e scompare. È una metafora potente. Perché se tutto diventa “questione morale”, allora nulla lo è davvero. Il rischio è quello di lasciare ad altri poteri ogni cosa, di trasformare l’invasione di campo in regola, il problema in paesaggio da guardare dove la politica subisce solamente la scelte e i condizionamenti pseudo-moralistici. Musumeci prova a spostare il piano, meno automatismi giudiziari, nelle decisioni, più “tensione ideale”. È un ragionamento che ha una sua dignità politica, non si può lasciare ad altri il condizionamento della politica. E questa politica da tempo ha abdicato alla propria funzione, sia nelle scelte che nella selezione della classe dirigente. Occorre più meritocrazia e meno “amicalità” e “familierismo”, a tutti i livelli.
Crescere è facile, governare no
Il punto vero, però, è un altro. Fratelli d’Italia in Sicilia è passato in pochi anni da forza marginale a perno del sistema. Ma la crescita elettorale non sempre coincide con la maturità politica. Un partito che governa non può limitarsi ad ascoltare. Deve scegliere. E scegliere significa anche scontentare, esporsi, assumersi responsabilità.
Tenere tutto sospesi, i casi spinosi, il rimpasto, gli equilibri interni, può sembrare una strategia intelligente nel breve periodo. Ma nel medio-lungo termine diventa un boomerang, ad alto rischio implosione. Perché comunica indecisione. E l’indecisione, in politica, logora più delle scelte sbagliate. Troppi equilibrismi. Troppe le scelte innaturali.
Il rischio vero
Il rischio è lo scontro interno che continua a lacerare la compagine. Quello, che in un partito vivo, è fisiologico, se condotto in termini di equità tra le parti, anche nelle rappresentanze. Il rischio però è l’inerzia, il non decidere, il non essere equilibrati. Se la Sicilia diventa il luogo dove le decisioni vengono sempre rimandate, dove tutto è “in valutazione”, dove nessuno rompe davvero gli squilibri, allora il partito più forte dell’isola rischia di diventare anche il più immobile. E a quel punto l’Inno d’Italia, cantato a inizio assemblea, rischia di suonare più come un rito, che come una promessa.