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Politica

Anthony se mi lasci non vale, non si può rischiare che il centrosinistra possa vincere nel futuro.

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C’è un momento, nella vita di ogni partito politico, in cui bisogna smettere di convocare riunioni su Zoom per “analizzare il voto” e iniziare a chiedersi se per caso gli elettori abbiano semplicemente cambiato marciapiede. Il PD siciliano, guidato da Anthony Barbagallo, sembra invece aver scelto una terza via, perdere ovunque e raccontarla come una sofisticata strategia di radicamento invisibile. Una specie di successone quantistico, non si vede, ma c’è. Le amministrative del 24 e 25 maggio 2026 hanno consegnato una fotografia politica che più che un’analisi richiederebbe l’intervento della Protezione Civile. Da Enna a Messina, passando per Agrigento, Bronte e Randazzo, il centrosinistra siciliano è apparso come quei negozi in saldo permanente, tanta insegna, pochissimi clienti.

La cosa straordinaria è la perseveranza. Perdere una volta capita. Due volte preoccupa. Alla decima sconfitta consecutiva diventa una disciplina olimpica.

Dopo il tracollo delle Regionali 2022, la batosta delle Politiche, il ridimensionamento alle Europee del 2024 e l’ennesimo giro di schiaffi alle amministrative, nel PD siciliano si continua però a discutere non di consenso, territorio o visione politica, ma di correnti, equilibri interni e liturgie da condominio sovietico.

Mentre fuori il mondo cambia, dentro il partito si combattono ancora guerre puniche per il controllo del sottoscala. E il capolavoro assoluto arriva a Enna. Lì il partito decide praticamente di sconfessare Vladimiro Crisafulli, negandogli simbolo e benedizione ufficiale, salvo poi assistere al piccolo dettaglio della sua vittoria al primo turno. Una scena meravigliosa, il candidato vince grazie al consenso reale mentre il partito resta a spiegare che tecnicamente aveva perso benissimo. In pratica il PD ennese ha scoperto un principio rivoluzionario, gli elettori votano le persone che conoscono, non i verbali delle correnti.

A Messina il centrosinistra non è mai sembrato davvero in partita. Più che una competizione elettorale, una comparsata. A Bronte il risultato è stato quasi artistico, quarto posto con la determinazione di chi vuole trasformare l’irrilevanza in una corrente culturale. A San Giovanni La Punta persino il GPS della politica ha smesso di cercarli.

E poi c’è Randazzo, già città ferita e complessa, dove il segretario locale del PD, sostenuto direttamente dai vertici regionali, è finito travolto da una campagna elettorale che sembrava una seduta collettiva di psicodramma politico. Divisioni, tensioni, veleni e infine la sconfitta. Mancava solo la musica di sottofondo del Titanic. Ma guai a parlare di fallimento.

Nel quartier generale democratico si continua infatti a praticare lo sport preferito della politica italiana il “va tutto bene”. Una disciplina antica che consiste nel perdere male spiegando però che i dati veri arriveranno più avanti, probabilmente insieme al ponte sullo Stretto e al traffico scorrevole sulla circumvallazione di Catania.

Nel frattempo ogni piccola vittoria isolata viene esibita come la prova della resurrezione politica imminente. Marsala utilizzata come foglia di fico per coprire un disastro generale. Più che strategia politica di arredamento emotivo. Il punto vero, però, è un altro.

In questi anni il PD siciliano ha dato spesso l’impressione di essere diventato un club privato dove il criterio fondamentale non fosse il consenso ma la fedeltà personale. Più che un partito, un torneo permanente di correntismo creativo. Militanti messi da parte, amministratori locali ignorati, energie nuove trattate come infiltrazioni nemiche.

E quando un partito smette di parlare con la società reale, prima o poi la società reale smette semplicemente di votarlo. La politica, del resto, è crudele nella sua semplicità, se perdi ovunque per anni, forse il problema non sono sempre gli elettori, il clima, Saturno contro o i poteri forti. Forse il problema è la classe dirigente.

Per questo oggi la questione siciliana non può più essere nascosta sotto il tappeto romano di Elly Schlein. Perché qui non si parla più di una sconfitta occasionale. Qui siamo davanti a un partito che rischia di perdere contemporaneamente identità, credibilità e perfino la capacità di sembrare competitivo. E in politica c’è una cosa peggiore della sconfitta, l’abitudine alla sconfitta.

Quando si arriva al punto di considerare normale prendere schiaffi elettorali in serie, il problema non è più il risultato. È la rassegnazione. E la Sicilia, francamente, meriterebbe  qualcosa di più di un gruppo dirigente che continua a suonare il violino mentre la nave affonda spiegando che in fondo l’orchestra è compatta.

Anthony se mi lasci non vale, non si può rischiare che il centrosinistra possa vincere nel futuro.