Un progetto nato per rappresentare un’intera valle può continuare a parlare a nome di un territorio se il suo gruppo dirigente, pur composto anche da persone provenienti da altri luoghi, concentra quasi tutta la propria attività e il proprio baricentro decisionale in un solo Comune? E se tutto ciò avesse fini elettoral-politici?
Il Biodistretto della Valle del Simeto dovrebbe rappresentare, almeno sulla carta, una delle esperienze più interessanti di governance territoriale della Sicilia. Nato nel 2016 come evoluzione del Patto di Fiume Simeto, si propone di mettere in rete agricoltori, imprese, associazioni, scuole, università e amministrazioni pubbliche per costruire un modello di sviluppo fondato sul biologico, sulla sostenibilità e sulla partecipazione.
Tutto molto bello. Almeno sulla carta. Perché, se si passa dalla teoria alla pratica, le domande iniziano ad affollarsi più delle risposte.
La Valle del Simeto non coincide con Paternò. Dovrebbe comprendere Adrano, Biancavilla, Belpasso, Motta Sant’Anastasia, Regalbuto e altri Comuni, ciascuno con una propria identità, un proprio tessuto economico e una propria storia.
Eppure il centro di gravità del Biodistretto (ft. Presidio Partecipativo) sembra ruotare quasi sempre attorno a Paternò. Gli eventi principali, le iniziative pubbliche, il luogo simbolo delle attività: tutto riconduce lì. Persino l’Ex Macello comunale è ormai diventato una sorta di quartier generale permanente.
È una scelta organizzativa? Certamente possibile. È sufficiente, però, a fugare il dubbio che un organismo nato per rappresentare un’intera valle finisca, nei fatti, per parlare soprattutto con l’accento di un solo Comune?
La questione non riguarda le persone. Nessuno mette in discussione competenze o buona fede. La questione riguarda il metodo. Perché la rappresentanza territoriale non si proclama. Si dimostra.
E la partecipazione non consiste nel ripetere la parola “partecipazione” in ogni convegno o comunicato stampa. Consiste nel distribuire realmente responsabilità, luoghi decisionali e protagonismo sul territorio. È qui che affiora il rischio più insidioso, quello dell’autoreferenzialità.
Più un’organizzazione cresce, più dovrebbe aprirsi. Se invece gli stessi nomi ricorrono nelle stesse reti associative, negli stessi organismi, negli stessi tavoli e nelle stesse iniziative, il rischio è che il pluralismo lasci spazio a un circuito chiuso nel quale tutti finiscono per parlare con tutti… purché siano sempre gli stessi.
Non è necessariamente un problema di legittimità. È un problema di credibilità. E, soprattutto, di percezione pubblica. Le domande che un osservatore indipendente potrebbe porsi sono persino banali. Quanti imprenditori agricoli incidono realmente sulle decisioni? Quanto pesa la voce dei Comuni diversi da Paternò? Le filiere produttive della valle sono tutte rappresentate oppure alcune restano semplici spettatrici? Le iniziative vengono realmente condivise oppure prevalentemente comunicate?
Sono interrogativi inevitabili, per qualunque organismo che ambisca a rappresentare un territorio e che dialoghi con istituzioni pubbliche, università e programmi finanziati con risorse collettive.
Anche la trasparenza meriterebbe qualcosa in più. Una governance moderna non dovrebbe limitarsi a raccontare ciò che fa. Dovrebbe rendere immediatamente consultabili composizione degli organi, criteri di nomina, modalità decisionali, risultati raggiunti e benefici prodotti per ciascun Comune della valle.
La trasparenza non è un favore concesso ai cittadini. È il primo investimento sulla propria autorevolezza. Più aumenta il peso politico e istituzionale di un organismo, maggiore dovrebbe essere il livello di pluralismo che riesce a esprimere.
Perché la domanda, alla fine, rimane sempre la stessa. Il Biodistretto rappresenta davvero la Valle del Simeto oppure rappresenta soprattutto una rete che ha trovato nella Valle del Simeto la propria cornice? La più facile. Mentre si è annidata nel comune “più permeabile” come Paternò. La differenza non è semantica. È sostanziale.
Nessuno mette in discussione che il Biodistretto (leggasi anche Presidio Partecipativo della Valle del Simeto) abbia contribuito a diffondere il tema della cultura biologica e dello sviluppo sostenibile. Però la vera sfida non consiste soltanto nell’ottenere finanziamenti o riconoscimenti. Consiste nel convincere il territorio che quei finanziamenti e quei riconoscimenti appartengano davvero all’intera valle e non a un ristretto gruppo dirigente che, che inevitabilmente, finisce per identificarsi con un unico centro di gravità permanente.
Qualcuno, con l’ironia tipica della Sicilia, ha sintetizzato tutto in una frase dialettale. Una frase che vale più di molti convegni e di molte relazioni: «Su’ bravi… rinesciunu a fari stari additta i sacchi vacanti». Tradotto: sono talmente abili da riuscire a tenere in piedi perfino i sacchi vuoti. È soltanto una battuta. Ma, come spesso accade in Sicilia, le battute fanno sorridere. Ma subito dopo costringono a pensare.