
C’era una volta il Parco dell’Etna. Un ente che avrebbe dovuto tutelare uno dei patrimoni naturalistici più importanti d’Europa. Poi, strada facendo, qualcuno deve aver confuso il “Parco” con un “Pacco”, e il risultato è sotto gli occhi di tutti.
La prova più evidente del disastro amministrativo non arriva dagli avversari politici, né dalle opposizioni, ma da chi il Parco avrebbe dovuto farlo funzionare. Cinque componenti su nove del Comitato Tecnico Scientifico hanno infatti deciso di dimettersi contemporaneamente. Non una fuga isolata, ma una vera e propria evacuazione di massa.
Una scelta che ha compromesso la funzionalità dell’organismo tecnico e che racconta molto più di qualsiasi comunicato ufficiale. Dietro quelle dimissioni, infatti, c’era un dissenso profondo verso la gestione del direttore Battaglia. Tanto che, secondo quanto trapela da ambienti vicini, gli stessi dimissionari si sarebbero dichiarati informalmente disponibili a tornare al proprio posto a una sola condizione, l’uscita di scena del direttore Battaglia. Tradotto dal burocratese all’italiano corrente: “Noi torniamo, ma lui no”.
Una situazione che per mesi è stata minimizzata, nonostante le rassicurazioni distribuite a piene mani dall’assessore regionale competente. Peccato che nel frattempo il Parco sembrasse procedere con il freno a mano tirato. O forse sarebbe più corretto dire senza guidatore.
Perché uno degli aspetti più surreali della vicenda riguarda proprio la gestione a distanza. Battaglia, raccontano in molti, che da mesi non frequentava neppure la sede dell’ente. Una sorta di smart working elevato a filosofia amministrativa. Solo che qui non si gestiva da remoto, si bloccava da remoto. E l’assessore Savarino che faceva?
Pratiche ferme, decisioni rinviate, operatori esasperati, sindaci in rivolta e una macchina amministrativa sempre più simile a un museo delle cere. Il tutto mentre il vulcano continuava regolarmente a eruttare, dimostrando una produttività decisamente superiore a quella degli uffici.
Poi c’è Massimiliano Giammusso, chiamato a rimettere ordine nel caos.
Ma anche qui il copione ha riservato qualche perla. Per mesi, mentre il Parco affondava tra immobilismo e tensioni interne, il presidente Giammusso avrebbe preferito limitarsi a segnalare informalmente il problema all’assessore Savarino. Una sorta di servizio di messaggeria istituzionale. Un ruolo curioso per chi dispone invece degli strumenti e dell’autorevolezza necessari per assumere posizioni ben più incisive. Insomma, mentre la barca imbarcava acqua, qualcuno si preoccupava di inviare educati promemoria alla sala macchine.
Oggi le dimissioni di Battaglia certificano ciò che da tempo segnaliamo e che appariva evidente, il problema non era la percezione del disastro, ma il ritardo con cui si è deciso di affrontarlo. [PARCO DELL’ETNA, NE ABBIAMO PARLATO CON L’ASSESSORE SAVARINO.] era il 19 ottobre 2025, ma è stato tutto inutile con le scelte scellerate. Tra l’altro ci giunge la notizia che esiste una richiesta di rimozione anche da direttore generale dell’urbanistica dell’assessorato.
Resta una domanda che meriterebbe risposta. Se cinque tecnici su nove avevano già lanciato l’allarme, se operatori e amministratori del territorio denunciavano criticità, se il direttore gestiva (non gestiva) tutto da Palermo e se il Parco era ormai paralizzato, perché si è aspettato così tanto? Forse perché, come spesso accade nella burocrazia siciliana, prima bisogna verificare che il paziente sia morto, poi convocare una commissione di medici per accertare il decesso e infine aprire un tavolo tecnico per discutere se fosse davvero il caso di chiamare il medico. E di pacchi, francamente, la Sicilia ne ha già ricevuti abbastanza.
Nel frattempo il Parco dell’Etna aspetta di tornare a essere un Parco, ma appare difficile rianimarlo con la burocrazia impiegatizia, tra l’altro, oggi ancora presente negli uffici, che galleggia tra le denunce alla Procura e il “fancazzismo”.
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