
DALLE CONSULENZE AI PROVINI, COSÌ NASCEVA LA “SQUADRA” AL CEFPAS. IL RECLUTAMENTO ALLA CETTO LA QUALUNQUE. CURRICULUM, FOTO E ACCOMPAGNATRICI.
Il Cefpas avrebbe dovuto essere un centro di alta formazione sanitaria. Un luogo dove si costruivano competenze, si aggiornava il personale e si progettava il futuro della sanità siciliana.
Oggi, rileggendo le carte dell’inchiesta della Procura di Caltanissetta e le rivelazioni pubblicate da Repubblica, viene il sospetto che qualcuno avesse interpretato il concetto di “selezione del personale” in modo decisamente creativo.
Più che un ente pubblico, a tratti sembra emergere il copione di un reality show. Un misto tra un’agenzia di collocamento sentimentale, un concorso di bellezza e una segreteria politica dove curriculum e competenze rischiavano di essere sostituiti da criteri molto più… particolari.
Le intercettazioni riportate dagli investigatori sono devastanti non soltanto per il linguaggio utilizzato, ma soprattutto per la concezione delle donne che sembrano raccontare. Non persone. Non professioniste. Non cittadine. Ma potenziali “accompagnatrici”, candidate da valutare come si esaminano i giocatori prima del mercato estivo.
“Stiamo creando una squadra di calcio, non un partito”, scherza uno degli interlocutori. E forse, senza rendersene conto, ha sintetizzato meglio di chiunque altro il cuore del problema. Perché quando la politica smette di cercare competenze e inizia a fare casting, il confine tra istituzioni e cabaret diventa pericolosamente sottile.
Le conversazioni pubblicate mostrano una vera e propria ossessione per l’aspetto fisico delle ragazze, per la loro disponibilità, per la possibilità di trasformare i rapporti personali in promesse di opportunità lavorative. Frasi che fanno sorridere per la loro rozzezza, ma che smettono immediatamente di essere divertenti quando si comprende che sullo sfondo c’è un ente pubblico finanziato con denaro dei cittadini.
La domanda che oggi molti siciliani si pongono è semplice, quanti professionisti preparati sono rimasti fuori mentre qualcun altro veniva valutato secondo criteri che nulla avevano a che vedere con merito, titoli o competenze?
Noi di QTSicilia abbiamo raccontato per anni un clima che definire tossico sarebbe persino riduttivo. Lo abbiamo fatto quando era scomodo. Quando qualcuno sorrideva con sufficienza. Quando le nostre denunce venivano archiviate come polemiche giornalistiche. Quando abbiamo subito le querele di Sanfilippo, poi archiviate.
Oggi, però, alle intercettazioni aggiungiamo le testimonianze dirette raccolte da questo giornale. Donne che descrivono un ambiente nel quale il confine tra pressione psicologica, avances indesiderate e ricatti professionali diventava ogni giorno più chiaro.

Racconti diretti, quindi, che parlano di un sistema nel quale alcune lavoratrici si sentivano obbligate, costrette a scegliere tra la propria dignità e la serenità lavorativa. Un clima che molte definiscono senza esitazioni “mobbing sessuale”. Naturalmente saranno i giudici ad accertare anche queste responsabilità penali e individuali. Ma esiste un giudizio politico e morale che non ha bisogno di attendere sentenze.
Perché se davvero un ente pubblico è stato trasformato in un luogo dove il valore di una donna veniva misurato attraverso fotografie, valutazioni estetiche e disponibilità personali, allora il problema non riguarda soltanto eventuali reati. Riguarda una cultura del potere. Una cultura che considera le istituzioni proprietà privata, gli incarichi pubblici favori da distribuire e le persone strumenti da utilizzare.
Per anni qualcuno ha presentato il Cefpas come un modello. Adesso emerge il rischio che fosse diventato qualcos’altro. Non un centro di formazione. Ma anche il set di un casting permanente pagato dai contribuenti siciliani.
E forse è proprio questa l’accusa più pesante che emerge dalle carte, per la volgarità delle battute, che pure colpisce, la normalità con cui venivano pronunciate. Come se tutto fosse naturale. Come se fosse normale scegliere collaboratori come si scelgono le figuranti di un “festino”. Come se il potere fosse una licenza. Ecco perché il “Sexygate Cefpas” non è soltanto uno scandalo giudiziario.
È lo specchio di un certo modo di fare politica che per troppo tempo ha confuso il consenso con il possesso, il ruolo pubblico con il privilegio personale e il merito con la fedeltà. Uno specchio che oggi restituisce un’immagine difficile da guardare. Ma impossibile da ignorare.