
L’ossimoro, per chi avesse dimenticato le lezioni di italiano, è quella figura retorica che mette insieme due concetti apparentemente incompatibili. “Silenzio assordante”, “ghiaccio bollente”, “dolce tormento”. Due parole che, teoricamente, non potrebbero convivere. A Paternò, invece, l’ossimoro ha deciso di fare carriera. Non è più soltanto una figura retorica, è diventato un modello organizzativo. Una filosofia sociale e amministrativa. Quasi un marchio di fabbrica.
Qualche giorno fa avevamo espresso alcune perplessità [DUE SUPPOSTE PER PATERNÒ … sulla Gazzettarossazzurra ], sulla nomina della consulente comunale incaricata di seguire contemporaneamente Cultura e Welfare (ma che c’azzeccano assieme?), per la mancata trasparenza nella scelta e la mancata comparazione con altri profili forse più consoni. Una riflessione che non riguardava la persona, ma l’opportunità dell’incarico (con “suggerimento politico ” annesso), la sua trasparenza e quella necessaria distanza che dovrebbe sempre accompagnare chi entra, a qualsiasi titolo, nella macchina amministrativa.
Poi è arrivata la realtà. E, come spesso accade a Paternò, la realtà ha deciso di battere la fantasia con largo margine. La stessa consulente, questa volta nella veste di presidente dell’associazione Città Viva, insieme ad altri firmatari, ha sottoscritto una richiesta di revoca del bando relativo all’affidamento del cosiddetto Palazzetto dello Sport di via Bologna, per mancanza di traspareza nelle scelte. Ma guarda, guarda.
Ed eccolo qui, l’ossimoro perfetto. Da una parte si collabora con l’amministrazione alla quale si contesta, come detto, la mancata trasparenza nella scelta. Dall’altra si contesta una scelta del medesimo metodo.
È un po’ come fare contemporaneamente l’arbitro e il tifoso. O essere imputato e pubblico ministero nello stesso processo. O, per restare in ambito teatrale, applaudire e fischiare lo stesso spettacolo dalla medesima poltrona.
Un esercizio di equilibrismo che meriterebbe una medaglia olimpica. Naturalmente nessuno mette in discussione la legittimità delle posizioni assunte. Le leggi consentono incarichi, associazionismo, libertà di opinione e partecipazione democratica. E ci mancherebbe altro. Ma esiste una parola che il legislatore non può normare, l’opportunità.
Ed è proprio lì che nasce il cortocircuito. Perché la politica non vive soltanto di ciò che è consentito. Vive anche di ciò che appare credibile agli occhi dei cittadini. Se chi collabora con il Comune, contemporaneamente, firma documenti contro una decisione del Comune, il cittadino medio rischia un inevitabile smarrimento. Chi governa? Chi consiglia? Chi protesta? E soprattutto:contro chi si protesta? Forse la risposta è semplice, contro sé stessi. Una forma evoluta di autocritica istituzionale che potrebbe persino essere candidata a patrimonio immateriale dell’UNESCO.
Nel frattempo Paternò continua ad arricchire il proprio personale dizionario della retorica politico-amministrativa. Dopo il “partecipare contestando”, potremmo assistere presto al “governare opponendosi”, al “vincere perdendo” o al rivoluzionario “essere governativi facendo l’opposizione”.
L’Accademia della Crusca, probabilmente, sta già prendendo appunti. Del resto questa è una città capace di sorprendere sempre e chiunque. Qui gli ossimori non si studiano, si praticano.
E il sipario, ancora una volta, resta aperto. Perché a Paternò, più che la politica, sembra andare in scena un teatro dell’assurdo dove ogni personaggio, all’occorrenza, può interpretare contemporaneamente protagonista, antagonista e spettatore. Con un unico, grande interrogativo finale. Il prossimo atto sarà ancora una commedia… (come Arlerchino servitor di due padroni di Carlo Goldoni) o diventerà un manuale di retorica applicata alla cosa pubblica che adotterà, appunto, l’Accademia della Crusca?