
La missione dell’assessorato regionale all’Agricoltura porta le eccellenze siciliane nei Balcani. Sammartino punta sui nuovi mercati, ma la vera sfida resta trasformare la qualità in forza economica stabile.
C’è una Sicilia che non ha bisogno di essere spiegata basta assaggiarla.
È la Sicilia dell’olio che racconta il Mediterraneo, del vino nato dalla forza della terra vulcanica e dal sole, del grano che custodisce memoria, delle produzioni agricole e marinare che rappresentano molto più di un semplice prodotto commerciale, sono identità.
Quella Sicilia nei giorni scorsi è arrivata fino a Sarajevo, in Bosnia-Erzegovina, dove oltre venti aziende dell’Isola hanno partecipato all’iniziativa “Sicilia a Sarajevo 2026 Diplomazia del gusto e filiere agroalimentari”, promossa dall’Ambasciata d’Italia in collaborazione con la Regione Siciliana.
Una missione che l’assessore regionale all’Agricoltura Luca Sammartino ha voluto leggere non soltanto come una vetrina, ma come una strategia, accompagnare le imprese verso nuovi mercati e rafforzare la presenza internazionale del Made in Sicily.
Ed è proprio qui che si apre la partita più importante. Per troppo tempo la Sicilia ha posseduto un tesoro senza riuscire sempre a trasformarlo in ricchezza diffusa. Abbiamo costruito eccellenze, conquistato riconoscimenti, raccontato tradizioni, ma spesso siamo rimasti più bravi a produrre qualità che a venderla nel mondo.
La qualità da sola non basta. Un grande prodotto senza una grande strategia rischia di restare una bella storia raccontata a metà. La scelta di guardare verso i Balcani è interessante proprio perché prova ad aprire una nuova geografia economica. La Bosnia-Erzegovina può rappresentare una porta d’ingresso verso un’area in crescita, un mercato vicino culturalmente e logisticamente, dove il marchio Sicilia può trovare nuovi spazi.
Vino, olio, cereali, pesca, acquacoltura e trasformati alimentari diventano così ambasciatori silenziosi di una regione che non esporta soltanto merci, ma un modello di vita.
Perché dietro una bottiglia di vino siciliano non c’è solo un’etichetta, c’è un vigneto, un territorio, una famiglia, un’impresa che resiste. Dietro un prodotto agricolo non c’è soltanto economia, c’è il futuro delle aree interne, dei piccoli comuni, di migliaia di giovani che devono poter vedere nella terra non un’eredità del passato ma una possibilità del domani. Naturalmente le missioni internazionali sono il primo passo, non il traguardo.
La vera sfida sarà costruire continuità: più accordi commerciali, più presenza stabile sui mercati, più capacità di fare rete tra aziende, istituzioni e filiere produttive. La Sicilia agricola oggi deve affrontare sfide enormi, cambiamenti climatici, crisi idrica, concorrenza globale, aumento dei costi. Ma proprio per questo non può permettersi di restare chiusa nei propri confini.
Per anni abbiamo detto che il mondo ama la Sicilia. Ora bisogna fare qualcosa di più: mettere la Sicilia nelle condizioni di competere con il mondo. Sarajevo può essere una tappa di questo percorso.
Perché il Made in Sicily non deve essere soltanto un ricordo da portare a casa dopo un viaggio. Deve diventare un marchio internazionale capace di generare sviluppo, lavoro e futuro. La diplomazia del gusto apre le porte. Adesso serve la politica della concretezza per tenerle aperte.