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Paternopoli, la rivoluzione di Qui, Quo, Qua: quando il cambiamento non ha profumo e non cambia copione

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Fuori dal coro.

C’era una volta una città che aspettava il cambiamento.

Dopo terremoti politici, tempeste amministrative, scioglimenti, promesse di rinascita e solenni dichiarazioni di ripartenza, arrivarono tre personaggi che chiameremo, per comodità narrativa, con licenza satirica e per non fare torto a nessuno, Qui, Quo, Qua. Tre custodi del nuovo corso, chiamati a scrivere una pagina diversa.

La missione era solenne, voltare pagina, rompere con il passato, ridare fiducia a una Paternopoli scossa. Compiti che sembravano chiari contenuti nel Manuale delle Giovani Marmotte, da seguire alla lettera come perfetti nipotini di Paperino.

E invece? Invece Paternopoli sembra essersi ritrovata dentro una nuova puntata del vecchio romanzo siciliano più famoso di sempre: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.” Perché non sempre il mare del cambiamento è limpido come quello delle cartoline.

Benvenuti nel gattopardismo 3.0. Quello moderno. Quello con la grafica curata, i comunicati eleganti, le parole pesate con attenzione e gli annunci confezionati come grandi eventi.

Il problema, sia chiaro, non è comunicare. Comunicare è necessario. Spiegare ai cittadini cosa si fa e motivare le proprie scelte è un dovere. Il problema nasce quando la narrazione supera la sostanza, quando le aspettative dei cittadini vengono sostituite dal racconto, quando la comunicazione diventa il piatto principale e i fatti rischiano di diventare soltanto il contorno.

Ed ecco arrivare la stagione degli annunci, dove ogni intervento ordinario sembra trasformarsi in una svolta epocale. Compaiono post celebrativi, accompagnati da una stampa spesso più incline all’applauso che alla domanda critica. Annunci roboanti, sorrisi istituzionali, comunicati dove ogni piccolo intervento viene presentato come una grande conquista della civiltà moderna. Il tutto condito da un provincialismo a tratti sorprendente. Così una lampadina accesa diventa quasi la scoperta dell’elettricità. Un rattoppo stradale sembra la costruzione dell’Autostrada del Sole. Una normale attività amministrativa viene raccontata come una rivoluzione da consegnare ai libri di storia.

La domanda che centinaia di cittadini che ci scrivono e che si pongono, resta sempre la stessa, dietro la fotografia cosa cambia davvero? Questa sceneggiatura l’abbiamo forse già vista? Prima c’erano gli spot della politica, oggi quelli della tecnica? Prima c’erano i colori delle appartenenze, oggi un linguaggio più istituzionale e forbito?

Cambia la confezione, ma il dubbio è che la marmellata possa essere sempre la stessa. E il cittadino vuole capire proprio questo, è cambiato davvero il prodotto?

Perché Paternopoli non chiede soltanto nuovi nomi sulle porte degli uffici. Chiede soprattutto un metodo diverso per chi quelle porte oggi le apre. Chiede una vera “operazione ramazza”, non soltanto nei corridoi del palazzo di zio Paperone, ma soprattutto nelle abitudini, nei meccanismi e nelle vecchie logiche. Chiede quel famoso cambio di passo di cui tutti parlano e che tutti aspettano di vedere.

Perché il punto non è  solo chi siede oggi sulla poltrona. Il punto è capire se intorno a quella poltrona sia cambiato qualcuno e qualcosa.

I cittadini aspettano risposte sui temi che difficilmente finiscono nei selfie, programmazione, regole, trasparenza nelle scelte, futuro, fiducia. Temi poco fotografabili, ma decisamente più importanti.

E allora la domanda finale rimane sospesa.

Qui, Quo e Qua riusciranno davvero a scrivere un nuovo fumetto oppure resteranno protagonisti di un semplice remake?

Perché il vero rischio non è fare poco. Il vero rischio è fare esattamente ciò che il gattopardismo insegna da sempre,  spostare i mobili del palazzo di zio Paperone lasciando “il deposito” identico a prima.