Esiste una legge non scritta che attraversa la storia della politica più di qualsiasi ideologia, chi non è in grado di sostenere il peso della verità cerca sempre di delegittimare chi la pronuncia. È la più antica delle scorciatoie. Quando mancano gli argomenti, si attacca l’uomo. Quando i fatti diventano scomodi, si inventano le intenzioni. Non è una questione di appartenenza politica. È una questione di statura etica.
L’uomo serio, quando viene criticato, risponde nel merito. Lo sciocco, invece, reagisce d’istinto. Non analizza, non riflette, non confuta. Etichetta. Insulta. Accusa. Ha bisogno di convincersi che il problema non siano i fatti, ma chi li racconta. Così ogni osservazione diventa un complotto, ogni dissenso un regolamento di conti, ogni voce libera un nemico da abbattere.
È un meccanismo antico quanto l’uomo, la proiezione. Chi vive immaginando strategie di potere finisce per credere che tutti ragionino allo stesso modo. L’opportunista vede opportunisti ovunque. L’ambizioso attribuisce ad ogni critica l’ambizione di conquistare una poltrona. Chi misura il mondo con il metro del tornaconto personale perde la capacità di immaginare che qualcuno possa parlare semplicemente per dovere civico o meglio civile.
È il dramma di una politica che, troppo spesso, ha smesso di discutere i fatti per dedicarsi alle persone. Si preferisce demolire il messaggero piuttosto che affrontare il contenuto del messaggio. È più semplice sporcare una reputazione che rispondere a una domanda scomoda. Eppure esiste un dettaglio che, da solo, dovrebbe imporre prudenza.
Quando a parlare è un uomo giunto al termine della propria carriera, privo di campagne elettorali da affrontare, senza incarichi da conquistare e senza favori da chiedere, attribuirgli secondi fini richiede una buona dose di fantasia. Chi non ha più nulla da ottenere difficilmente sceglie di esporsi per convenienza. Semmai lo fa perché ritiene di avere ancora un dovere verso l’informazione. Liquidare quelle parole con sarcasmo o sospetti non le rende meno vere. Rivela soltanto l’incapacità di confrontarsi con il loro contenuto.
C’è poi un’altra illusione che attraversa certa politica italiana, quella secondo cui il prestigio possa essere ereditato. Non è così.
Un cognome può facilitare un ingresso, può attirare attenzione, può perfino aprire porte che per altri resterebbero chiuse. Ma non può sostituire il carattere. Non può creare credibilità. Non può comprare autorevolezza. L’autorevolezza nasce da ciò che si è dimostrato di essere quando nessuno era obbligato ad applaudire. Si costruisce con il rigore, con la coerenza, con la capacità di assumersi responsabilità anche quando è scomodo. È una conquista personale, non un lascito familiare.
L’autorità riflessa, invece, è fragile. Vive nell’ombra di qualcun altro. E quando quella luce si affievolisce, resta soltanto ciò che ciascuno ha saputo costruire con le proprie forze. Vi è poi un elemento che molti interpretano in modo completamente sbagliato, arriva il silenzio.
Chi si sente sotto accusa spesso immagina che l’assenza di prese di posizione equivalga a consenso. È un errore fatale. Molto spesso quel silenzio non è solidarietà. È imbarazzo. È la prudenza di chi non trova argomenti per difendere ciò che sa essere difficilmente difendibile. Il silenzio, qualche volta, pesa molto più di una condanna.
Ed è proprio allora che l’uomo privo di equilibrio commette l’errore definitivo, parla troppo. Si agita. Moltiplica gli attacchi. Alza il volume della polemica nella speranza di coprire il rumore dei fatti. Ma più insiste, più rende evidente ciò che vorrebbe nascondere, l’assenza di risposte.
La storia insegna che le campagne diffamatorie passano. Gli insulti evaporano. Le ricostruzioni fantasiose si dissolvono con il tempo. I fatti, invece, restano.
Hanno una qualità che nessuna propaganda riesce a cancellare, possiedono una memoria ostinata. Possono essere ignorati, distorti, rinviati, ma non eliminati. Prima o poi ritornano. E quando ritornano chiedono conto non delle offese pronunciate, ma delle risposte mai date. È questa, in fondo, la differenza tra chi esercita il potere e chi possiede davvero credibilità. Il primo può ottenere applausi finché dispone di una posizione, di un incarico o di una rete di fedeltà. La seconda resiste anche quando tutto questo viene meno.
Perché il potere è sempre temporaneo, non il risultato di una vita. E nessun nome, nessuna carica e nessun insulto potranno mai sostituire quella paziente costruzione che si chiama autorevolezza.