
di Ruggero Razza*
In principio fu la Libia, poi la Tunisia. Oggi è nuovamente la frontiera tra Marocco e Spagna a dimostrare quanto i flussi migratori possano intrecciarsi con gli equilibri geopolitici.
Quando, a seguito della destabilizzazione del Nord Africa, dalla Libia e dalla Tunisia partirono imponenti ondate migratorie, fu chiaro che, oltre alla violenza degli scafisti – espressione di un business criminale e mafioso – esistevano anche dinamiche geopolitiche che contribuivano a trasformare il dramma di migliaia di persone in uno strumento di pressione politica. Si disse allora che i flussi migratori andavano governati in modo strutturale, perché potevano diventare una forma di pressione ibrida nei confronti dell’Occidente.
Quella lettura fu spesso liquidata, da una parte del dibattito politico e culturale, come una forma di allarmismo o di propaganda identitaria. Ogni richiamo alla sicurezza veniva derubricato a semplice strumentalizzazione politica.
Oggi, però, con una crisi che diversi osservatori inseriscono nel quadro delle tensioni diplomatiche e degli interessi strategici tra Marocco e Spagna, il dibattito è cambiato. Pur in assenza, allo stato, di prove definitive di una regia deliberata di Rabat, è ormai evidente che l’immigrazione irregolare può essere sfruttata anche come leva di pressione politica nei confronti dell’Europa, mentre migliaia di esseri umani vengono ridotti a merce, piegati a interessi criminali o geopolitici. È significativo che questo venga riconosciuto con maggiore chiarezza proprio mentre la pressione investe direttamente la Spagna.
Se questa è la realtà, allora la “via italiana” al governo dei flussi migratori diventa, alla vigilia di un importante confronto europeo, la strada maestra da seguire.
Fin dal suo primo viaggio in Tunisia, proseguito con la missione insieme a Ursula von der Leyen e Mark Rutte, con il memorandum tra Unione europea e Tunisia e, successivamente, con la visita della presidente della Commissione a Lampedusa, Giorgia Meloni ha indicato una direzione chiara: costruire una cooperazione strutturale tra l’Unione europea e i Paesi di origine e di transito dei flussi migratori. Una strategia che, tuttavia, non può limitarsi agli accordi sul controllo delle partenze. Deve accompagnarsi a una politica di investimenti capace di rafforzare realmente le economie locali, secondo un modello – quello del Piano Mattei – che sta assumendo un ruolo sempre più rilevante nel dibattito europeo sul Mediterraneo e sull’Africa.
Quali risultati dovrebbe produrre il confronto promosso dall’Italia e condiviso da un’ampia maggioranza degli Stati membri?
Anzitutto, dare piena attuazione al nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e agli altri strumenti recentemente entrati in vigore, contrastando l’immigrazione clandestina con tutti i mezzi previsti dal quadro normativo europeo.
In secondo luogo, rafforzare il partenariato con tutti i Paesi di transito, trasformando la cooperazione in un pilastro stabile della politica estera europea.
Infine, riconoscere che il Mediterraneo rappresenta una priorità strategica per l’Unione e destinare una parte significativa delle risorse dedicate alla sicurezza alla protezione delle frontiere esterne, delle infrastrutture critiche e delle rotte marittime.
Non è una rivoluzione. È, semplicemente, buonsenso.
Ed è proprio sul buonsenso che si fonda il buongoverno. Due parole che, per troppo tempo, l’Europa ha dimenticato. E che oggi, finalmente, sta riscoprendo.