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LA BOMBA CEFPAS, IL SISTEMA CHE NESSUNO VEDEVA

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di Giovanni Cariolano


Per anni c’è stato chi ha raccontato il Cefpas come un modello di eccellenza, una macchina della formazione sanitari capace di produrre risultati e innovazione. Oggi, però, dopo le nostre puntuali inchieste e l’apertura delle indagini con le richieste di custodia cautelare in carcere, emerge un quadro, riportato nell’atto d’accusa,  che se confermato dagli sviluppi giudiziari, appare devastante non solo per l’ente nisseno ma per l’intera credibilità delle istituzioni regionali.

Le ricostruzioni riportate non descrivono semplicemente un presunto episodio di mala gestione. Raccontano qualcosa di molto più inquietante, l’ipotesi di un sistema nel quale la politica avrebbe smesso di limitarsi a indicare una linea strategica, per entrare direttamente nella gestione delle nomine, delle assunzioni e delle carriere.

Le parole degli investigatori sono pesanti come macigni. Si parla di un ente che sarebbe stato utilizzato come strumento per soddisfare interessi politici, elettorali e personali. Un’accusa che, se dovesse trovare riscontro nelle sedi opportune, rappresenterebbe uno dei più gravi scandali politico-amministrativi degli ultimi anni in Sicilia. La questione non riguarda soltanto i nomi che compaiono nelle cronache giudiziarie. Il vero problema è il metodo, che emerge adesso dalle intercettazioni effettuate.

Questo diceva Riccardo Gallo Afflitto parlando con Sanfilippo, che adesso la procura di Caltanissetta chiede l’arresto in carcere di entrambi per corruzione: «Quando uno appartiene a un sistema fa il proprio dovere, giusto?».

L’accusa scrive: «Essere parte di un sistema assume il significato di adesione a un modello operativo di tipo corruttivo, nel quale la deviazione della funzione pubblica non si presenta come evento episodico, ma come prassi consolidata».

Il Celpas era nelle mani di Gallo Afflitto. Ma il direttore Sanfilippo era un semplice esecutore di ordini, per distribuire consulenze, assunzioni e appalti? Non proprio. Un’altra frase di Gallo Afflitto spiega il perché di tanto attivismo: «Per continuare le danze dobbiamo fare mettere… noi al Pd… una protezione che mettiamo al Cefpas»

Gallo Afflitto continuava a spiegare a Sanfilippo la sua strategia affermando che bisogna riconoscere “una” al Partito Democratico, riferendosi verosimilmente a un soggetto vicino al PD, cui assegnare una imprecisata assunzione/incarico, in modo da mettere “una protezione al Celpas’, cioè mettersi al riparo da un attacco che proviene dalla principale forza di opposizione. La filosofia di Gallo Amitto era la mediazione, al limite dell’inciucio.

Una volta si arrabbio: «Schifani è un dittatore non ci si può parlare. Mi dice: “Dammi un altro nome, questo non va bene… E un dittatore, non è che è minchiata. Com’è buono a fare delle battaglie e difendere gli amici, contro tutti, è tintu picchi poi si senti cugliuniatu». Chissà a cosa si riferiva, per certo, Gallo Afflitto ragionava sempre in termini di contrattazione e scambio.

Un grande scambio voleva fare, poi, con l’assegnazione di un appalto al fratello del cardinale Baldo Reina. Questo è un altro capitolo dell’atto d’accusa della procura. Domenico Reina, ex commesso della libreria Paoline di Agrigento, fini per ottenere la commessa per realizzare la biblioteca digitale del Cefpas, un lavoro da 128 mila euro. «Chiama al fratello do Papa» – Gallo Afflitto spronava Santilippo a telefonare al fratello del cardinale: «Chistu cugliuni, ci dici, nni vuoi frequentazioni ca? Portami ni tò frate, mi segui o no? Dagli la prospettiva di lavoro». Reina «era una pedina per il perseguimento di più ampi scopi politici». Gallo Afflitto voleva un rapporto diretti con il cardinale Reina, ma Santilippo gli ricordava «che il cardinale avi rapporti cà Ruvolo». Ovvero la deputata regionale Margherita La Rocca Ruvolo.

Ora la riflessione è, quando un ente pubblico viene percepito come una proprietà privata dal potere della politica, il danno va ben oltre eventuali responsabilità individuali. Si distrugge la fiducia dei cittadini. Si umiliano i professionisti che hanno studiato, lavorato e partecipato a selezioni credendo nella meritocrazia. Si trasmette il messaggio devastante che contino più le conoscenze che le competenze.

Per anni abbiamo denunciato anomalie, favoritismi, incarichi discutibili e procedure opache, inchiesta giornalistica che è stata spesso liquidata come un guastafeste, beccandoci anche una querela, nel 2023, da parte del direttore Sanfilippo, poi archiviata. Oggi quelle stesse denunce giornalistiche, quelle stesse domande scomode e quelle stesse richieste di trasparenza, sembrano trovare un’eco nelle indagini che stanno scuotendo il Cefpas, ma anche la politica.

Naturalmente spetterà ai magistrati accertare i fatti e ai giudici stabilire eventuali responsabilità. La presunzione di innocenza resta un principio sacrosanto che non può essere sacrificato solamente sull’altare del clamore mediatico. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile fingere che nulla sia accaduto.

La Sicilia conosce bene questo copione. Ogni volta che esplode uno scandalo, si scopre che qualcuno aveva parlato, qualcuno aveva scritto, qualcuno aveva denunciato. E ogni volta c’è chi preferisce voltarsi dall’altra parte. Il risultato è che i sistemi di potere crescono nell’oscurità fino a quando l’intervento della stampa e della magistratura non squarciano il velo.

L’impressione che emergeva ed emerge dalle nostre pagine, oggi non solo dalle nostre, è quella di una classe dirigente che avrebbe progressivamente confuso il confine tra interesse pubblico e interesse privato malversato. Un confine che in uno Stato di diritto dovrebbe essere invalicabile.

Il punto politico è persino più grave di quello giudiziario. Perché anche se molte delle contestazioni dovessero ridimensionarsi, difficilmente, resterebbe una domanda enorme, come è stato possibile che attorno a un ente pubblico strategico si consolidasse un clima di sospetti, polemiche e accuse così persistenti?

Sanfilippo consegni il famigerato papello che, come diceva alla moglie, è custodito nella cassaforte e che probabilmente servirebbe al “pentimento” ovvero al ricatto alla politica. Come Angelo Siino, ministro dei lavori pubblici di Totò Riina, che dopo essere arrestato diventò collaboratore di giustizia consegnando documenti e utili informazioni riscontrate. Se c’è attinenza non lo sappiamo di certo.

I cittadini siciliani meritano risposte dalla politica. Il Cefpas è stato davvero una scuola di formazione sanitaria o, come oggi appare, una scuola di potere e malaffare piegato ad altri interessi. Meritano tutti trasparenza totale su nomine, incarichi, consulenze e procedure, concorsi. Meritano soprattutto che chi ha governato l’ente in questi anni spieghi pubblicamente ciò che è accaduto.  Perché quando un’inchiesta arriva a ipotizzare l’esistenza di un sistema, non è più il momento delle giustificazioni. È il momento della verità. E la verità, prima ancora che nelle aule dei tribunali, dovrebbe interessare chiunque abbia a cuore il futuro delle istituzioni siciliane.