Connect with us

In primo piano

Piani paesaggistici, Razza rompe il silenzio: «Ripensare le regole per tutelare il territorio senza bloccare lo sviluppo»

Pubblicato

il

La questione dei piani paesaggistici siciliani torna al centro del dibattito politico e istituzionale. E lo fa con una presa di posizione che merita attenzione, quella dell’eurodeputato Ruggero Razza, che chiede alla Regione di interrogarsi sulla possibilità di estendere a tutte le province il criterio adottato per Palermo, aprendo una fase di riflessione sull’attuale impianto della pianificazione paesaggistica.

Il ragionamento di Razza parte da una premessa difficilmente contestabile, la tutela del territorio non può essere messa in discussione. Il problema, semmai, è capire se gli strumenti attraverso i quali quella tutela viene perseguita siano ancora adeguati alle esigenze della Sicilia contemporanea.

Ed è proprio qui che la dichiarazione dell’eurodeputato assume un significato politico e amministrativo più ampio. Razza richiama infatti l’iter avviato durante il governo Crocetta, sottolineando come la mancata conclusione del procedimento non fosse casuale, ma collegata anche a quelle che definisce «discrasie dell’impianto generale», citando in particolare la disciplina delle aree industriali.

Una questione tutt’altro che secondaria. Perché il rischio, quando la pianificazione diventa eccessivamente rigida, è quello di produrre un paradosso, proteggere il territorio fino al punto di rendere più difficile qualsiasi intervento capace di generare investimenti, occupazione e riqualificazione.

È questo il nodo sul quale Razza invita la Regione a intervenire. Non una contrapposizione tra ambiente e sviluppo, dunque, ma la ricerca di un equilibrio diverso. Un equilibrio che, secondo l’eurodeputato, dovrebbe passare innanzitutto dal dialogo con i sindaci, le imprese e il mondo del lavoro.

E proprio questo passaggio appare particolarmente significativo. I piani paesaggistici incidono infatti direttamente sulle possibilità di trasformazione del territorio, sulle attività produttive, sugli interventi urbanistici e sulle prospettive di investimento. Per questo motivo una revisione delle regole non può essere soltanto una questione tecnica affidata agli uffici: riguarda direttamente amministrazioni locali e sistema produttivo.

  • Il caso Palermo come possibile punto di partenza

Razza parte dalla recente vicenda palermitana e pone una domanda politica precisa, se esistono ragioni per ripensare il percorso in una provincia, quelle stesse ragioni potrebbero essere presenti anche altrove? Da qui la richiesta alla Regione di valutare l’applicazione di un criterio omogeneo, evitando che il territorio siciliano proceda a velocità differenti sulla base di situazioni analoghe affrontate con strumenti diversi.

È una prospettiva che merita un approfondimento, soprattutto perché la Sicilia presenta realtà territoriali profondamente differenti, dalle grandi aree metropolitane ai piccoli comuni, dalle zone industriali ai territori agricoli, dalle aree costiere ai comprensori montani. Una regola pensata per tutelare un territorio può produrre effetti molto diversi quando viene applicata a territori differenti. Ed è probabilmente proprio su questo terreno che si gioca la partita.

  • L’appello all’assessore Scarpinato

Razza affida infine la scelta all’assessore regionale ai Beni culturali Francesco Paolo Scarpinato. Un invito a esercitare una responsabilità politica, riaprire il confronto e verificare se l’attuale sistema possa essere migliorato senza arretrare di un millimetro sulla tutela del patrimonio paesaggistico siciliano.

Il messaggio, in sostanza, è chiaro, non demolire la pianificazione, ma ripensarla dove produce rigidità, contraddizioni o ostacoli allo sviluppo. Ed è proprio questo il punto sul quale la dichiarazione di Razza sposta il dibattito. Perché la Sicilia ha certamente bisogno di proteggere il proprio territorio. Ma ha anche bisogno di investimenti, imprese, infrastrutture, lavoro e capacità di trasformare le proprie risorse in sviluppo.

La vera sfida, allora, non dovrebbe essere scegliere tra paesaggio ed economia. Dovrebbe essere capire come fare convivere entrambe le esigenze dentro regole più moderne, condivise e funzionali.

E se l’appello di Razza dovesse trasformarsi in un confronto istituzionale concreto, la discussione sui piani paesaggistici potrebbe finalmente uscire dalla contrapposizione ideologica e tornare a essere ciò che dovrebbe, una questione di governo del territorio.