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SICILIA, CAMPO LARGO GRANDE FLOP: 13 SIGLE, 50 PERSONE. LA MAGGIORANZA PUÒ DORMIRE SONNI TRANQUILLI.

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Dieci giorni di preparativi, mobilitazione nelle province e proclami di battaglia. Poi, davanti a Palazzo d’Orléans, il fragoroso silenzio dei numeri. Il Campo Largo chiedeva le dimissioni del presidente, ma la manifestazione ha finito per mettere sotto accusa soprattutto chi l’aveva organizzata.


La politica siciliana ci regala spesso spettacoli ironici memorabili. Ma quello andato in scena davanti a Palazzo d’Orléans merita una menzione speciale, tredici sigle del centrosinistra, tutti o quasi i rispettivi dirigenti e una cinquantina di partecipanti. Una mobilitazione che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto far tremare Renato Schifani e che, nei fatti, ha fatto tremare soprattutto le ambizioni dei suoi avversari.

Tredici sigle per convocare cinquanta persone, più che un Campo Largo un Camposanto, un condominio politico litigioso, con qualche problema di partecipazione popolare.

Si erano preparati per giorni, avevano coinvolto le province, annunciato battaglia. Doveva essere la dimostrazione che il governo regionale aveva perso il contatto con la Sicilia. Alla fine, la domanda più imbarazzante è diventata un’altra, quanto contatto con la Sicilia ha questo Campo Largo?

Perché un’opposizione che vuole governare non può limitarsi a sommare simboli, distribuire incarichi immaginari e alternarsi davanti ai microfoni. Prima o poi deve dimostrare di saper convincere qualcuno oltre la propria comitiva.

  • Il trucco delle inquadrature e la fotografia che rovina tutto

La regia della manifestazione, almeno nel racconto della giornata, avrebbe meritato un premio per la creatività. Un dirigente davanti alla telecamera, gli altri a fare da cornice. Poi si cambia posizione, si ricompone il gruppo e si riparte con un nuovo protagonista. Il vecchio trucco dell’inquadratura, spostare le stesse persone per dare l’impressione di una partecipazione più ampia. Una specie di Campo Largo a geometria variabile, dove non aumentano i manifestanti, ma cambiano le angolazioni. Peccato che la realtà abbia una pessima abitudine, ogni tanto si fa fotografare dall’alto. Un semplice telefonino sarebbe bastato a restituire le proporzioni dell’evento, mandando in pensione qualsiasi ambizione da adunata oceanica. La propaganda può allargare l’inquadratura. Non può allargare i numeri. E così le dichiarazioni di Anthony Barbagallo, Nuccio Di Paola, Ismaele La Vardera e degli altri protagonisti hanno rischiato di trasformarsi in un esercizio di retorica con scenografia ridotta.

  • E mentre Schifani tratta la propria resa, il Campo Largo recita

Mentre l’opposizione chiedeva le dimissioni del presidente, Schifani sarebbe stato impegnato, secondo le indiscrezioni, a trattare con Antonio Tajani il proprio futuro politico e la permanenza a Palazzo d’Orléans. Uno si gioca la partita nei palazzi del potere; gli altri cercano di dimostrare, con risultati discutibili, di avere la forza per interromperla.

Il presidente potrebbe decidere di non ricandidarsi, perfino di dimettersi e presentare la scelta come una decisione maturata autonomamente, magari accompagnandola con l’annuncio di un nuovo incarico. Se questo scenario si concretizzasse, il Campo Largo rischierebbe di rivendicare una vittoria senza aver realmente inciso sulla partita. Naturalmente, le indiscrezioni non sono decisioni ufficiali. Ma il paradosso politico rimane, mentre Schifani tratta sul proprio futuro, i suoi avversari devono ancora costruire il proprio. E forse il presidente, osservando la manifestazione, avrà avuto più motivi per riflettere sulle divisioni dell’opposizione che per preoccuparsi della protesta.

  • Il problema non è solo Schifani. È l’alternativa che non si vede

Barbagallo, Di Paola, La Vardera e gli altri possono chiedere le dimissioni del governo fino a esaurire i microfoni. Ma denunciare le debolezze dell’avversario non significa dimostrare la propria forza. Il Campo Largo continua a scontare il rischio di apparire come una somma di sigle, leadership concorrenti e ambizioni personali, più impegnate a contendersi il futuro che a costruire una proposta comune.

Chi vuole governare la Sicilia deve dire che cosa farà sulla sanità, sui trasporti, sul lavoro, sulle infrastrutture e sulla gestione delle risorse pubbliche. Deve presentare una squadra, chiarire le priorità e convincere gli elettori che il cambiamento non consisterà soltanto nella sostituzione di chi occupa le poltrone. Altrimenti la politica si riduce a una commedia degli equivoci, tutti contro Schifani, ma nessuno ancora capace di spiegare fino in fondo per cosa stare insieme. Essere contro il governo è una posizione politica. Essere pronti a sostituirlo è un’altra cosa. E la seconda richiede molto più di una conferenza stampa anche se ben o male  confezionata.

  • Prima che chiedere di mandare a casa Schifani, il Campo Largo faccia i conti con se stesso

Una manifestazione non misura da sola il consenso elettorale e cinquanta partecipanti non bastano per pronunciare sentenze definitive sul futuro di una coalizione. Ma quando tredici forze politiche e organizzazioni si mobilitano per lanciare una sfida politica, il risultato diventa inevitabilmente un test della loro capacità organizzativa e della loro credibilità. Il verdetto, almeno sul piano della mobilitazione, è poco incoraggiante.

Ai dirigenti del Campo Largo non serve un’altra raffica di dichiarazioni indignate. Serve un esame di coscienza, perché la loro iniziativa non ha raccolto una partecipazione più ampia? Quale messaggio non è arrivato? E soprattutto, quale progetto dovrebbe convincere i siciliani a considerarli una vera alternativa?

Non occorre consigliare loro di tornarsene a casa. Sarebbe troppo facile, oltre che inutile. Occorre suggerire qualcosa di più difficile, smettere di confondere la propria presenza nei palazzi con il consenso fuori dai palazzi. Schifani potrebbe restare fino alla fine del mandato oppure scegliere di andarsene prima, Il suo futuro dipenderà da equilibri politici e decisioni che non si risolvono con una fotografia.

Quello del Campo Largo, invece, dipende da una questione molto più seria, riuscire a trasformare tredici sigle in un progetto e i suoi dirigenti in una classe politica capace di parlare ai cittadini. Perché la Sicilia non ha bisogno di un’opposizione da avanspettacolo che si limita a chiedere la fine di un governo. Ha bisogno di sapere cosa sarà dopo.

La battuta finale, allora, è inevitabile, il Campo Largo voleva mandare Schifani a casa. Ma prima di occuparsi del trasloco del presidente, farebbe bene a verificare se ha davvero costruito una casa politica in cui far entrare la Sicilia. E il teatro continua.