
A Paternò è stato scoperto un piccolo tesoro, circa sei milioni di euro rimasti nei cassetti del bilancio comunale. Soldi pubblici. Soldi dei cittadini. Soldi che avrebbero dovuto trasformarsi in strade sistemate, parchi curati, beni culturali valorizzati, servizi migliori. E invece sono rimasti lì, inutilizzati, mentre la città lentamente si deteriorava.
Questa non è una buona notizia. È la certificazione di un fallimento amministrativo. Perché mentre quei milioni dormivano nei capitoli di spesa, la realtà quotidiana raccontava un’altra storia, strade dissestate, marciapiedi impraticabili, la villa comunale ridotta a simbolo di incuria, il patrimonio storico lasciato scivolare verso il degrado. In altre parole, una città che avrebbe avuto bisogno di investimenti e decisioni, non certo di immobilismo.
Eppure c’è chi applaude. I soliti tifosi di parte, sempre pronti a difendere l’indifendibile, esultano per le cosiddette “economie di bilancio”. Come se lasciare soldi inutilizzati fosse una virtù. Come se la politica dovesse fare il ragioniericchio invece dell’amministratore.
È qui che si manifesta il paradosso più grottesco: gli stessi che giustificano il tesoretto sono spesso gli stessi che si lamentano dello stato in cui versa la città. Protestano per le buche nelle strade, per il verde pubblico abbandonato, per i beni culturali trascurati. Ma poi difendono chi, quei problemi, avrebbe dovuto risolverli.
Guardano il dito e non la luna. Perché quei sei milioni non sono un successo. Sono la prova di una mancanza di strategia, di visione, di capacità amministrativa. Sono la fotografia di una politica che non ha saputo progettare, programmare, spendere bene le risorse disponibili.
Un’amministrazione efficiente trova i fondi e li usa per cambiare la città. Un’amministrazione incapace li lascia nei cassetti e poi pretende anche gli applausi.
La verità è semplice e brutale: se una città cade a pezzi mentre i soldi restano fermi in bilancio, non siamo davanti alla prudenza contabile. Siamo davanti all’incuria elevata a metodo di governo.
Ora però si apre una fase diversa. Oggi la guida del Comune è nelle mani della Commissione straordinaria nominata dopo lo scioglimento per mafia. Ed è proprio su questi commissari che molti cittadini ripongono una speranza, che quelle risorse finalmente vengano utilizzate con criterio e con urgenza per affrontare alcune criticità strutturali che da alcuni anni affliggono Paternò.
La città ha bisogno di interventi veri, come detto prima, manutenzione delle strade, recupero della villa comunale, tutela e valorizzazione dei beni culturali, decoro urbano. Non grandi annunci, ma lavori concreti che restituiscano dignità agli spazi pubblici.
Resta però un interrogativo che pesa come un macigno: dove sono finiti i progetti? Perché se quei sei milioni sono rimasti inutilizzati per anni, due sono le possibilità. O non esistevano progetti seri su cui investire, e sarebbe un’ammissione gravissima di incapacità amministrativa, oppure quei progetti esistono ma qualcuno non li ha mai portati alla luce. In entrambi i casi il quadro che emerge è sconfortante.
Adesso la palla passa ai commissari. Se riusciranno a trasformare quel tesoretto in cantieri, manutenzioni e servizi, allora quei soldi potranno finalmente diventare un’occasione di riscatto. Se invece resteranno ancora fermi nei cassetti della burocrazia, diventeranno l’ennesimo simbolo di una città che avrebbe le risorse per rialzarsi ma continua a restare ferma. E Paternò non può più permetterselo.