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Referendum Giustizia. Il video dell’intervista alla giudice Carmen Giuffrida, la sfida dei magistrati che dicono Sì alla riforma

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Nel dibattito sulla riforma della giustizia c’è un fatto che molti preferiscono ignorare: la magistratura non è affatto un blocco monolitico. E a dimostrarlo è l’intervista rilasciata a QTSicilia dal giudice Carmen Giuffrida, tra i promotori dell’iniziativa Magistrati per il Sì. Una voce che arriva dall’interno delle toghe e che rompe una narrazione ormai consolidata: quella di una magistratura compatta nel rifiuto di qualsiasi cambiamento.

Nell’intervista, Giuffrida affronta senza giri di parole il nodo centrale della riforma costituzionale della giustizia: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Un tema che da decenni divide politica e magistratura, ma che oggi torna con forza al centro del confronto pubblico.

Il punto, spiega la magistrata, non è mettere in discussione l’indipendenza dei magistrati né aprire uno scontro tra poteri dello Stato. Il punto è un altro: rafforzare la terzietà del giudice agli occhi dei cittadini.

In un sistema democratico moderno, chi accusa e chi giudica devono apparire – e soprattutto essere – chiaramente distinti. È una questione di garanzia per tutti: per gli imputati, per le vittime e per l’intero sistema della giustizia.

Ma nell’intervista emerge anche un altro tema, meno discusso ma altrettanto decisivo: il peso delle correnti dentro la magistratura.

Negli anni, spiega Giuffrida, si è consolidato un sistema in cui l’appartenenza associativa ha assunto un ruolo sempre più rilevante nelle dinamiche interne, negli equilibri e nelle scelte degli organi di autogoverno. Un meccanismo che, secondo molti magistrati, ha finito per allontanare la magistratura stessa dall’immagine di neutralità e indipendenza che dovrebbe rappresentare.

Ed è proprio qui che la riforma tenta di intervenire, introducendo nuovi meccanismi di selezione e di funzionamento degli organi di autogoverno con l’obiettivo dichiarato di ridurre il potere delle correnti e restituire centralità alla funzione giurisdizionale. Certo, la riforma divide. E divide profondamente.

Ma il punto politico e culturale che emerge dall’intervista è un altro, il cambiamento non è un attacco alla magistratura. Al contrario, può diventare l’occasione per rafforzarne credibilità, autorevolezza e fiducia pubblica.

Ed è qui che la testimonianza della Giuffrida assume un significato particolare. Perché non arriva da un commentatore, da un politico o da un osservatore esterno. Arriva da chi la giustizia la amministra ogni giorno. In un clima spesso dominato da slogan e contrapposizioni ideologiche, la scelta di alcuni magistrati di esporsi pubblicamente per il dimostra una cosa semplice ma fondamentale, anche dentro la magistratura esiste un dibattito vero sul futuro della giustizia. Un dibattito che non può essere ridotto a uno scontro tra corporazioni o a una guerra tra poteri dello Stato.

Perché alla fine la domanda è molto più semplice, e molto più seria, quale giustizia vogliono i cittadini italiani per il futuro? E questa volta, a decidere, saranno proprio loro. Claudia Truglio.

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