
da Palermo Giovanni Coriolano ***
Oggi, presso la Procura della Repubblica di Caltanissetta, davanti al GIP, si sono svolti gli interrogatori di garanzia dei principali indagati dell’inchiesta “Corte dei Miracoli”, rinviati lo scorso 11 giugno per consentire alle difese un più approfondito esame degli atti e dare la possibilità per una arrampicata sugli specchi con ventose, anziché senza.
Soddisfazione è stata espressa dai legali dei principali indagati, “Gesù Richard Gallo Afflitto”, così ribattezzato, secondo gli atti, da Sanfilippo, Pontillo e Capodieci , Roberto Sanfilippo, noto al CEFPAS come “il Panzer”, soprannome che contrasta curiosamente con la sua esile corporatura ma forse meno con il suo modo deciso di affrontare le questioni che riteneva meritevoli di attenzione, e Gioacchino Pontillo, figura che dalle carte emerge come “l’inviato speciale” del Gallo Afflitto e tramite operativo nei rapporti con il CEFPAS e con lo stesso Sanfilippo.
Proprio attraverso le conversazioni captate dal trojan installato nel cellulare di Pontillo, in modo del tutto inconsapevole per il diretto interessato, sarebbe emerso uno spaccato che gli inquirenti ritengono rappresentativo di un malcostume diffuso.
Al di là delle dichiarazioni di rito, Gallo Afflitto, Sanfilippo e Pontillo si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, depositando memorie difensive nelle quali respingono ogni addebito e si dichiarano estranei ai fatti contestati. E ci mancherebbe altro. Difficile immaginare che qualcuno si presenti davanti al giudice per auto-affliggersi.
Del resto, a leggere le 1.167 pagine della richiesta di applicazione delle misure cautelari, non sembrerebbe emergere nulla di particolarmente rilevante. Almeno questa è, comprensibilmente, la tesi delle difese. A noi sembra tutt’altro.
I reati contestati, rispetto alla mole imponente degli atti, riguardano appena sette episodi distribuiti nell’arco di circa tre anni di indagini e di nostri articoli. Episodi dai quali, secondo la Procura, emergerebbe un quadro nel quale Gallo Afflitto, Sanfilippo, Pontillo e Capodieci, insieme ad altri funzionari, dirigenti e consulenti del CEFPAS, avrebbero piegato l’interesse pubblico alla soddisfazione di interessi privati. Ma, naturalmente, il condizionale resta d’obbligo.
Forniture, affidamenti, consulenze, collaborazioni e assunzioni sarebbero stati orientati, secondo gli inquirenti, da logiche più vicine al familismo, all’amichettismo, al clientelismo, che al merito e alla trasparenza. Ma, è bene ricordarlo, siamo ancora nella fase delle ipotesi investigative e nessuna responsabilità è stata definitivamente accertata.
Certo, la lettura delle intercettazioni restituisce un quadro surreale. Dialoghi in stretto dialetto siciliano, intercalari coloriti, epiteti, insulti e giudizi tranchant che, più che provenire dagli uffici di enti pubblici, sembrano usciti da una sceneggiatura scritta a più mani tra una commedia popolare e un film di periferia.
In alcuni passaggi, gli stessi protagonisti sembrano scherzare sulla possibilità di finire agli arresti domiciliari o addirittura in carcere. Naturalmente, soltanto battute. Oppure consapevolezza interiore. Almeno così si spera.
Scorrendo le pagine della richiesta cautelare emerge inoltre che i coniugi Sanfilippo avrebbero predisposto, in duplice copia, una sorta di dossier di sicurezza. Una polizza assicurativa politica ed esistenziale, da utilizzare nel caso in cui qualcosa fosse andato storto. Una precauzione che, evidentemente, veniva considerata opportuna.
Conclusi gli interrogatori, non resta che attendere le determinazioni della Procura e soprattutto le decisioni del GIP. Siamo soltanto all’inizio di una vicenda che potrebbe riservare ancora molti sviluppi.
Anche perché, leggendo le carte, si ha l’impressione che i protagonisti abbiano parlato così tanto, con tale disinvoltura e spensieratezza, da rendere il lavoro degli investigatori persino meno complicato del previsto.
Noi, per parte nostra, avevamo raccontato molte di queste vicende quando ancora non erano finite sotto i riflettori dell’autorità giudiziaria, evidenziando criticità e anomalie che oggi la Procura ha ritenuto meritevoli di approfondimento, citando, tra l’altro, i nostri articoli proprio nella richiesta delle misure cautelari.
Sappiamo bene che siamo soltanto all’inizio e che ogni imputato ha diritto alla piena presunzione di innocenza. Tuttavia, al di là degli aspetti penali, dalle carte emerge un quadro che pone interrogativi profondi sul modo in cui è stata amministrata la cosa pubblica.
Più che le eventuali responsabilità giudiziarie, colpisce la qualità culturale e morale che traspare da certi dialoghi, da certi atteggiamenti e da una concezione della funzione pubblica che appare distante anni luce da quella che i cittadini si aspetterebbero da dirigenti, amministratori e loro rappresentanti istituzionali.
Se le accuse dovessero trovare conferma, non saremmo di fronte soltanto a una questione giudiziaria, ma alla fotografia impietosa di una classe dirigente incapace di distinguere il bene pubblico dall’interesse personale.
Il vero processo, prima ancora che nelle aule di giustizia, riguarda la credibilità delle istituzioni e il rispetto dovuto ai cittadini.