C’era una volta la corsa a sindaco di Paternò. Una competizione che, fino a qualche mese fa, sembrava destinata a svolgersi tra i soliti protagonisti, i soliti reduci, i soliti aspiranti salvatori della patria e qualche novità di stagione. Poi è successo qualcosa di straordinario.
Come se non bastasse il già affollatissimo catalogo di candidati, liste, movimenti, federazioni, aggregazioni, coalizioni, tavoli, sottotavoli e tavolini da bar, ecco arrivare anche le proposte suggestive concepite lontano dalla città e recapitate a Paternò come un pacco postale destinato all’ennesimo esperimento politico. Andrea Nunzio Russo e Graziella Riccioli. Due facce della stessa medaglia?
I video che circolano in queste ore, della Riccioli, che imperversano su TikTok, sono interessanti non tanto per ciò che propongono, quanto per la percezione che rischia di alimentare. Il nulla cosmico, che però ci rende liete le giornate.
Il punto desolante è che il messaggio che arriva ai cittadini è semplice e, francamente, poco rassicurante, Paternò sarebbe una città così priva di energie proprie da dover importare candidati suggestivi, visioni, soluzioni e persino l’immaginazione politica? Un fantasy. Una sorta di zona franca della politica. Un territorio da occupare.Un approdo da conquistare. Un territorio dove chiunque può attraccare, scendere dalla nave e spiegare ai paternesi, cosa fare e come organizzare il proprio futuro. Ma qui non siamo su Zelig.
E mentre la città continua a interrogarsi sulle proprie ferite, sul declino economico, sulla crisi sociale, sullo scioglimento per mafia che ancora pesa come un macigno nella memoria collettiva, il dibattito sembra spesso trasformarsi in uno spettacolo di avanspettacolo. Manca soltanto che qualcuno candidi Paperino a sindaco.
Ma oltre la satira resta una domanda seria. Possibile che una città con oltre quarantamila abitanti debba continuare a trasmettere l’immagine di un luogo disponibile a qualsiasi operazione politica esterna, anche se spassosa? Possibile che ogni tornata elettorale venga vissuta come una spedizione di conquista? Possibile che il racconto pubblico di Paternò sia diventato quello di un palcoscenico di teatranti, piuttosto che di una comunità da rappresentare? Perché se questa è la percezione che si diffonde, il problema non riguarda solo chi arriva. Riguarda anche chi resta.
E riguarda soprattutto una città che rischia di apparire come il buco nero della politica siciliana, un luogo dove tutto viene attirato, dove tutti vogliono entrare, ma dal quale sembrano sempre più rare le idee capaci di nascere.
Forse la vera sfida delle prossime elezioni non sarà decidere chi governerà Paternò. Sarà capire se Paternò intenda finalmente trasformasi in un teatro comico della politica.