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Ancora CEFPAS, ovvero il laboratorio perfetto di questa politica siciliana

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Che dire ancora. C’è un luogo, in Sicilia, che più di altri racconta il deterioramento della politica, che da governo della cosa pubblica diventa gestione della sopravvivenza del potere. Quel luogo è il CEFPAS. Oggi su tutte le prime pagine dell’informazione, che però discute solo degli ultimi scandali. Non parla di cosa è successo negli ultimi anni, dove abbiamo evidenziato fatti ancor più gravi di ciò che la cronaca e gli interventi della politica stigmatizzano oggi. Una politica che è miope, stroboscopica, che non vuole avere memoria.

Nato con una missione nobile, formare, aggiornare, innovare la sanità pubblica, il CEFPAS avrebbe dovuto essere un centro d’eccellenza. Un motore culturale. Un presidio tecnico. Invece, negli anni, è diventato soprattutto il simbolo plastico di una certa idea di politica siciliana, quella che occupa, spartisce, nomina, sopravvive.

Non importa quale governo regionale si sieda a Palazzo d’Orléans. Cambiano le bandiere, cambiano gli slogan, cambiano le conferenze stampa. Ma il metodo resta identico, gli enti pubblici vengono trattati come territori da presidiare, non come istituzioni da valorizzare. E il CEFPAS è stato il paradigma perfetto di questo sistema.

La Sicilia è piena di emergenze sanitarie strutturali, medici che mancano, pronto soccorso al collasso, liste d’attesa infinite, fuga dei professionisti, diseguaglianze territoriali scandalose. In questo scenario, un centro di alta formazione sanitaria dovrebbe essere il cuore strategico della programmazione regionale. Dovrebbe produrre classe dirigente sanitaria, ricerca applicata, innovazione organizzativa. Dovrebbe essere ascoltato, temuto, rispettato.

E invece troppo spesso il dibattito è ruotato attorno al CEFPAS riducendosi alle solite liturgie della politica siciliana, chi controlla cosa, chi nomina chi, quale corrente pesa di più, quale equilibrio va salvato. La competenza come elemento marginale. L’appartenenza come criterio decisivo.

È qui che il CEFPAS smette di essere soltanto un ente. Diventa metafora della politica siciliana.

Metafora di una Regione che ha trasformato la gestione pubblica in una perenne campagna elettorale. Dove il consenso vale più dei risultati. Dove l’autonomia viene evocata come orgoglio identitario ma praticata come sistema di conservazione del potere. Dove ogni struttura potenzialmente strategica finisce lentamente risucchiata dalla palude delle mediazioni politiche.

Il punto più grave, però, non è nemmeno questo. Il punto più grave è l’assuefazione. In Sicilia non scandalizza quasi più nulla. Non scandalizza che gli enti siano terreno solo di influenza politica. Non scandalizza che il merito venga spesso subordinato alla fedeltà. Non scandalizza la mediocrità amministrativa quando è accompagnata da una buona rete di relazioni. Tutto viene normalizzato. Tutto diventa “equilibrio”.

Eppure il prezzo di questa normalità lo pagano i cittadini. Lo paga il giovane medico che va via. Lo paga il paziente che aspetta mesi per un esame. Lo paga il dipendente pubblico competente che capisce presto una regola non scritta, in Sicilia il talento conta meno della protezione.

Il CEFPAS avrebbe potuto rappresentare una Sicilia diversa, moderna, tecnica, europea. In parte ci ha anche provato, con assessori competenti, unici, e grazie a professionisti seri che dentro quell’ente hanno lavorato con dignità. Ma il problema siciliano è sempre lo stesso, le strutture sopravvivono non grazie al sistema politico, ma nonostante il sistema politico. Ed è questa la vera tragedia. Perché la politica, quando perde il senso del limite e della funzione pubblica, smette di governare e comincia semplicemente a occupare spazio. E quando un ente strategico diventa percepito come l’ennesimo tassello della geografia del potere, allora il danno non è soltanto amministrativo. È culturale.

La Sicilia non soffre solo di cattiva gestione. Soffre di una cronica incapacità di distinguere tra istituzioni e proprietà politica delle istituzioni. E finché questo meccanismo resterà intatto, il problema non sarà il CEFPAS. Il problema sarà ciò che il CEFPAS racconta della Sicilia.