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Politica

Archeoclub d’Italia, “Maregalità”, barca della legalità nel porto di Catania

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Ci sono date che non possono essere archiviate nel calendario delle commemorazioni automatiche. Il 23 maggio è una di queste. Non è una cerimonia da protocollo, non è il minuto di silenzio consumato tra una fascia tricolore e una fotografia ingiallita. È una ferita ancora aperta nella coscienza civile italiana. È il boato di Capaci che continua a rimbombare ogni volta che la parola “legalità” viene svuotata, piegata, usata come slogan elettorale o come vernice morale di circostanza.

Per questo iniziative come “Maregalità”, promossa da Archeoclub d’Italia e Marenostrum, hanno un valore che va oltre la semplice manifestazione culturale. Perché riportano la legalità dove spesso manca davvero, tra i giovani, nei territori, nei simboli concreti della rinascita.

C’è qualcosa di potentissimo nell’idea che una barca sequestrata alle mafie degli scafisti diventi oggi una nave della memoria e dell’inclusione. Un oggetto nato dentro il traffico umano, dentro il cinismo criminale, trasformato in presidio educativo. È quasi una metafora perfetta dell’Italia che vorremmo, un Paese capace di sottrarre spazio alla criminalità e restituirlo alla comunità. Non soltanto confiscare beni, ma confiscare potere culturale alle mafie.

Eppure sarebbe ipocrita fermarsi alla retorica celebrativa. Perché mentre studenti e docenti saliranno su quella barca nel porto di Catania, mentre si ricorderanno Giovanni Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta, la Sicilia reale continua a convivere con zone grigie, clientele, silenzi, intimidazioni sofisticate, connivenze eleganti. La mafia di oggi non sempre spara. Spesso firma contratti, frequenta salotti, partecipa a inaugurazioni, si traveste da normalità amministrativa.

Ed è qui che la memoria di Falcone diventa scomoda. Perché Falcone non chiedeva celebrazioni. Chiedeva responsabilità. Pretendeva competenza, rigore, coraggio istituzionale. Non sopportava i professionisti dell’antimafia da palcoscenico, quelli che trasformano la legalità in marketing personale salvo poi tacere davanti alle convenienze politiche.

La presenza di figure di magistrati in prima linea in questo percorso assume allora un significato preciso, ricordare che la lotta alle mafie non è folklore civile, ma un conflitto ancora attuale, durissimo, spesso solitario. E che senza educazione delle nuove generazioni ogni anniversario rischia di diventare soltanto una liturgia.

La scelta del mare, poi, non è casuale. Il Mediterraneo è stato culla di civiltà ma anche teatro di traffici, disperazione, sfruttamento. Ripercorrere le antiche rotte greche per parlare di legalità significa riaffermare un’idea di cultura come argine al degrado morale. È un messaggio importante soprattutto in una terra dove troppo spesso il futuro dei giovani viene sacrificato all’emigrazione, al favore, alla raccomandazione o all’apatia.

La legalità vera non nasce nelle conferenze stampa. Nasce quando uno studente comprende che la mafia non è un destino inevitabile. Quando un ragazzo capisce che la scorciatoia dell’illegalità produce soltanto dipendenza e sottosviluppo. Quando le istituzioni smettono di commemorare Falcone un giorno all’anno e iniziano ad assomigliargli negli altri trecentosessantaquattro.

E allora ben venga questa nave della legalità nel porto di Catania. Ben vengano le scuole, gli incontri, le testimonianze. Ma con una consapevolezza netta, Falcone non ha bisogno di essere ricordato. Ha bisogno di essere continuato.