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Antimafia, Paternò come Randazzo? Impresentabili, ma candidabili, il cortocircuito morale della politica siciliana. Le dichiarazioni del commissario Giuffré

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C’è una parola che pesa più di una condanna politica e meno di una sentenza penale, ma che in Sicilia continua a produrre effetti devastanti sulla credibilità delle istituzioni, “impresentabile”.

La Commissione parlamentare antimafia nazionale ha pubblicato, come ormai da tradizione, l’elenco dei candidati ritenuti incompatibili con quel minimo di opportunità etica che dovrebbe accompagnare chi ambisce a rappresentare i cittadini. Non è una lista di incandidabili. Non è una sentenza. Non produce esclusioni automatiche dalle elezioni. E proprio qui sta il paradosso più inquietante della democrazia italiana, si può essere formalmente candidabili, ma politicamente devastanti.

Il caso di Randazzo è emblematico. Una città che prova a rialzarsi, dopo lo scioglimento antimafia, a ricostruire fiducia nelle istituzioni, e che invece si ritrova ancora una volta trascinata dentro il pantano dei sospetti, delle ombre, delle frequentazioni opache, dei nomi che imbarazzano più che rappresentare. La presenza di candidati inseriti nell’elenco degli “impresentabili” non è una semplice questione burocratica o giornalistica. È un colpo alla dignità stessa della comunità.

Perché il problema non è soltanto giudiziario e/o amministrativo. È culturale. È morale. È politico. È etico.

Chi minimizza dicendo “non sono condannati” finge di non capire il punto. Nessuno sta sostituendo i tribunali. Nessuno invoca processi sommari. Ma esiste un principio di responsabilità pubblica che dovrebbe indurre partiti, liste civiche e gruppi di potere a fermarsi prima, molto prima dell’intervento della magistratura. Invece in Sicilia accade l’opposto, ciò che dovrebbe consigliare prudenza e diventa quasi un dettaglio trascurabile, un fastidio da gestire mediaticamente.

E allora l’elenco dell’Antimafia assume un significato ancora più grave, non perché impedisca candidature, ma perché certifica il fallimento della selezione politica.

La verità è che certi ambienti continuano a considerare normale ciò che normale non è. Continuano a pescare dentro reti relazionali ambigue, dentro sistemi di consenso già contaminati, dentro vecchie filiere di potere che la Sicilia conosce troppo bene.

Ed è qui che il ragionamento si allarga inevitabilmente a Paternò. Perché chi oggi osserva Randazzo con indignazione dovrebbe avere il coraggio di guardare anche dentro le altre comunià. A Paternò, dopo lo scioglimento per mafia e l’arrivo dei commissari del Comune, si continua a respirare una inquietante continuità politica e amministrativa. Molti protagonisti di quella stagione, direttamente o indirettamente coinvolti in quel sistema che ha portato allo scioglimento, continuano ad aggirarsi nei corridoi oscuri dell’amministrazione, nelle campagne elettorali, nelle ipotetiche liste, nelle relazioni di potere.

Magari non sono formalmente colpiti da provvedimenti. Magari ma compaiono negli elenchi e nelle valutazioni dell’Antimafia. Ma il problema resta identico, può una città davvero ripartire se continua ad affidarsi agli stessi ambienti, agli stessi circuiti, agli stessi nomi che appartenevano a una stagione culminata nel marchio più infamante per un ente pubblico, cioè lo scioglimento per infiltrazioni mafiose? La politica siciliana, e non solo, continua a confondere il diritto con l’opportunità. E invece sono due piani diversi.

Essere assolti, non indagati o persino candidabili non significa automaticamente essere degni di rappresentare una comunità ferita. Le istituzioni e i partiti dovrebbero pretendere molto di più di una semplice fedina penale formalmente compatibile. Dovrebbero pretendere autorevolezza, trasparenza, distanza reale da certi mondi.

Invece troppo spesso prevale la logica del pacchetto di voti, del controllo territoriale, delle clientele sedimentate negli anni. E così si resta ostaggio di un eterno ritorno, cambiano i simboli, cambiano le coalizioni, ma gli uomini e soprattutto i metodi e i burocrati compromessi, restano incredibilmente gli stessi.

L’elenco degli “impresentabili” allora non è soltanto una notizia elettorale. È uno specchio. E quello specchio restituisce l’immagine di una politico-amministrativa che continua a non aver capito nulla delle lezioni impartite dalla storia recente. O forse, peggio ancora, che le ha capite benissimo e ha deciso deliberatamente di ignorarle.

Una nota infine rispetto all’intervista a Radio Paternò a Santi Giuffré, commissario straordianrio antimafia, dove si contraddice palesemente.

Da un lato afferma che l’intervento antimafia «vuol dire che c’è del patologico… e siamo qua per guardare il futuro senza guardare al passato… le cose del passato se non hanno avuto refluenze sul piano giudiziario…». Niente di più sbagliato! Le refluenze ci possono essere e ci sono, anche nell’azione amministrativa, stante che i vertici della burocrazia comunale rimangono gli stessi, gli stessi che la relazione ministeriale, per cui i commissari sono stati nominati e che dovrebbe essere la Bibbia della loro missione, sono definiti, tra virgolette “complici” della passata amministrazione. Un atteggiamento questo che il commissario Giuffré non può manifestare e che tende inevitabilmente  alla conservazione del passato. L’operazione ramazza finisce qui?