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Il Gran Galà della Regione Siciliana: tra Circo e “Scherzi a Parte”

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In Sicilia la politica non governa più, intrattiene. E bisogna riconoscerlo, lo fa anche bene. Altro che Governo regionale e maggioranza, ormai sembra il palinsesto integrale di una tv del sabato sera, “Scherzi a Parte”,“MasterChef delle poltrone” e un remake tragicomico del Titanic girato tra Palermo e l’Etna.

Il presidente Renato Schifani continua a raccontare ai siciliani la favola dei miliardi in avanzo di bilancio, come un nonno che mostra orgoglioso il salvadanaio pieno, dimenticando che il tetto di casa sta crollando. Cinque miliardi di avanzo! Fantastico. Peccato che sembrino più soldi non spesi per incapacità che risorse generate per bravura. È un po’ come vantarsi di avere il frigorifero pieno mentre la cucina brucia.

Nel frattempo, mentre le strade siciliane sembrano girate da Spielberg dopo un bombardamento e gli ospedali funzionano con la stessa serenità di un pronto soccorso in zona di guerra, la politica regionale investe con convinzione strategica in amenità e distribuzione scientifica di pagnotte elettorali. La Sicilia del 2026 non è una regione, è un gigantesco catering clientelare con vista mare.

La maggioranza regionale poi è un capolavoro di antropologia politica. Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega, MPA, ex DC, neo DC, post DC, cuffariani, lombardiani, trasformisti e reduci di ogni stagione politica convivono come parenti costretti al pranzo di Natale dopo vent’anni di cause ereditarie. Formalmente alleati, sostanzialmente impegnati a sabotarsi reciprocamente con l’entusiasmo di una faida medievale anche al loro interno.

E poi è arrivato il grande “rimpasto”. Che rimpasto non è stato? Più che altro una rotazione delle sedie stile orchestra del Titanic mentre la nave affonda con eleganza. Gli assessori cambiano posto come figurine Panini usate, ma il risultato finale resta identico, immobilismo con privilegio.

Al Sociale torna Nuccia Albano, fedele custode dell’universo cuffariano, in un assessorato che ormai sembra una serie Netflix: “La Famiglia stagione infinita”. Intorno, dirigenti riesumati, fedeltà eterne e una gestione della povertà che assomiglia sempre più a un esperimento sociologico sul concetto di rassegnazione.

Alla Sanità invece arriva Marcello Caruso, uomo dalle mille metamorfosi politiche. Uno che nella stessa carriera è riuscito a transitare con agilità da dossier agricoli ai pronto soccorso intasati, dimostrando che in Sicilia la competenza è un dettaglio borghese. Del resto, perché pretendere esperienza sanitaria quando puoi avere una buona capacità di galleggiamento politico?

E che dire della Funzione Pubblica? Affidata (feat. Cancelleri ex M5S, poi forzista ora MPA) a commercialisti, ex dirigenti trombati, fedelissimi trasversali e caratteri incompatibili tra loro, in un esperimento amministrativo che sembra scritto da Pirandello dopo tre caffè e una crisi esistenziale. La burocrazia regionale ormai risponde a leggi quantistiche, una pratica può essere contemporaneamente approvata, bloccata e scomparsa nel nulla.

Poi ci sono gli enti regionali. Ah, gli enti regionali, la vera Disneyland del sottopotere siciliano.

Il CEFPAS viene descritto ormai come una gigantesca sala ricevimenti dove il merito entra solo se accompagnato da una raccomandazione. Parenti, amici, consulenti, esperti autoproclamati, professionisti del nulla cosmico e figure pescate dal multiverso delle clientele, sembrano orbitare attorno ai fondi pubblici con la precisione gravitazionale dei satelliti NASA.

E infine lui, il gioiello naturalistico della Sicilia, il Parco dell’Etna. Un patrimonio UNESCO trasformato in laboratorio permanente di inefficienza amministrativa. Tra ordinanze, ricorsi, polemiche e gestione contestata, il rischio concreto è che l’Etna erutti prima per disperazione burocratica che per attività vulcanica.

La sensazione generale è che la Regione Siciliana sia ormai una gigantesca compagnia di burlesque itinerante dove nessuno conosce il copione, ma tutti pretendono il camerino personale. I cittadini guardano, pagano il biglietto involontariamente attraverso le tasse, e assistono a uno spettacolo dove il finale è sempre lo stesso, immobilismo, scaricabarile, sopravvivenza del ceto politico e parentopoli infinita. Ma chi ha famiglia considera.

Nel frattempo, l’opposizione fa opposizione quasi per inerzia, mentre personaggi come Cateno De Luca e Ismaele La Vardera sembrano giocare una partita senza avversari, sembra ma non è così, in un festival di Sanremo dove la maggioranza entra sul palco già con l’autogol incorporato.

La verità è che la Sicilia che avrebbe bisogno di statisti, e ce ne sarebbero, si ritrova spesso comparse da avanspettacolo. E mentre loro banchettano attorno alle solite tavole del potere, fuori cresce una rabbia silenziosa, stanca, profonda. Quella di una terra bellissima che continua a essere amministrata come una sagra permanente con catering istituzionale incluso. Ma il problema più grande è che ormai non ride più nessuno. E come diceva Che Guevara “O la solucion o la revolucion”.