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“CRISAFULLI LANCIA IL MESSAGGIO AL PD, SENZA RADICAMENTO IL SIMBOLO È CARTA STRACCIA”

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L’articolo di Repubblica su Vladimiro Crisafulli è molto più di una cronaca elettorale locale. È il segnale politico di una crisi strutturale del Partito Democratico nei territori dove il consenso non si costruisce più attorno al simbolo, ma attorno alla leadership personale, al radicamento e alla capacità di interpretare un’identità comunitaria.

Il dato che emerge da Enna è brutale nella sua semplicità: Crisafulli prende oltre il 60% senza il simbolo del PD e, invece di viverla come una mutilazione politica, la trasforma in una rivendicazione. “Meglio così, abbiamo preso più voti”, dice apertamente.

Ed è qui che il caso Enna diventa nazionale. Perché quando perfino Repubblica, storicamente vicina al campo progressista, mette nero su bianco che il “barone rosso” vince senza il PD, il messaggio implicito è chiarissimo, il marchio del partito non è più un valore aggiunto. In alcuni territori rischia persino di essere un peso.

Crisafulli ha fatto quello che Vincenzo De Luca ha fatto a Salerno, sfidare l’establishment nazionale del partito facendo leva su un consenso personale costruito sul territorio. Non è un caso che nelle analisi del voto le due figure vengano accostate.

De Luca ha governato Salerno trasformando il PD in uno strumento secondario rispetto alla propria macchina politica. Crisafulli, nel suo piccolo ma con la stessa logica, ha dimostrato che a Enna il consenso passa ancora dalla relazione diretta con la città, non dalle liturgie romane del Nazareno, o meglio barbagalliane.

C’è un elemento che la sinistra nazionale continua a sottovalutare, in Sicilia il voto amministrativo è profondamente personalistico. Conta la rete sociale, la presenza storica, la capacità di incidere concretamente sulla vita cittadina. Crisafulli, piaccia o meno, rappresenta questo modello da quarant’anni.

Il PD siciliano ha provato a prendere le distanze dalla sua figura per ragioni politiche e simboliche, ma il risultato finale è paradossale, l’elettorato di centrosinistra ha seguito Crisafulli, malgrado le avversioni del partito, e non il simbolo. Questo significa che il gruppo dirigente democratico controlla formalmente il partito, ma non necessariamente il consenso reale nei territori.

E infatti la vittoria di Enna assume un valore quasi “eretico” dentro il centrosinistra, dimostra che si può vincere anche contro le diffidenze interne del proprio stesso partito.

C’è poi un altro aspetto interessante. Crisafulli non ha vinto cavalcando un populismo antisistema. Ha vinto da uomo dell’apparato storico della sinistra siciliana, ma contro l’attuale establishment del PD. È una differenza enorme. Non è la ribellione di un outsider, è la rivincita di una classe dirigente territoriale che considera il partito nazionale distante, burocratico e incapace di leggere le dinamiche locali.

In questo senso, Enna racconta una frattura ormai evidente nel PD, da una parte il partito delle segreterie, dall’altra il partito dei sindaci, dei ras territoriali, degli amministratori radicati. Ed è la stessa dinamica che ha reso Vincenzo De Luca una figura ingestibile per anni dentro il centrosinistra campano.

Il messaggio politico che arriva dalla Sicilia è chiaro, quando il simbolo perde forza identitaria, sopravvive solo chi possiede credibilità personale e controllo del territorio.

Il centrodestra dovrebbe leggere con attenzione questa vicenda, perché la sconfitta di Enna non nasce da una superiorità ideologica del centrosinistra, ma dall’incapacità di costruire un candidato con la stessa forza relazionale simil Crisafulli.

E il PD nazionale dovrebbe interrogarsi su un fatto ancora più scomodo, se i suoi candidati più forti vincono meglio senza simbolo, allora il problema non è locale. È identitario.