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CEFPAS, QUANDO LE DENUNCE GIORNALISTICHE DIVENTANO ATTI D’INDAGINE

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di ADO MEX

Ci sono notizie che sorprendono. E poi ce ne sono altre che, pur nella loro gravità, non sorprendono affatto. Da oltre tre anni QTSicilia accende i riflettori sul Cefpas. Non una volta. Non per un articolo isolato. Ma attraverso una lunga e documentata inchiesta giornalistica composta da oltre venti articoli nei quali abbiamo denunciato anomalie, incarichi discutibili, procedure opache, rapporti politici ingombranti, consulenze che apparivano quantomeno discutibili e una gestione che sembrava sempre più distante dai principi di imparzialità e buon andamento che dovrebbero guidare ogni ente pubblico. Basterebbe andare sul sito www.qtsicilia.info digitare CEFPAS e leggere tutti gli articoli che oggi diventano indagine giudiziaria.

Per anni ci è stato detto che esageravamo. Per anni qualcuno ha tentato di liquidare le nostre domande come polemiche giornalistiche. Per anni abbiamo assistito al consueto copione siciliano, silenzi, omissioni, imbarazzi, solidarietà di facciata e quella fastidiosa sensazione che certi poteri fossero diventati intoccabili. Oggi, però, a parlare non sono più gli articoli di giornale. Oggi parlano gli investigatori. Parlano le perquisizioni. Parlano gli atti della Procura di Caltanissetta. Parla una richiesta di arresto che ipotizza reati gravissimi come corruzione e falso ideologico.

Le perquisizioni eseguite oggi dalla Polizia di Stato nella sede del Cefpas di Caltanissetta e gli avvisi notificati a otto persone, tra dirigenti pubblici, funzionari e un deputato regionale, Riccardo Gallo Afflitto, deputato dell’Assemblea regionale siciliana, Roberto Sanfilippo, direttore pro tempore del Cefpas, Giuseppe Capodieci, dirigente generale dall’Asp di Agrigento, Gioacchino Pontillo e Maria Luisa Zoda, funzionari in servizio al Cefpas, Salvatore Enrico Giambelluca Salvatore Enrico, medico in quiescenza, Pietro Tirone, legale rappresentante della Sice srl e di Vincenzo Raitano, funzionario regionale in pensione, rappresentano certamente uno dei fatti politico-amministrativi più rilevanti degli ultimi anni in Sicilia. Ma per chi ha seguito davvero la vicenda, per noi che abbiamo avuto il coraggio di raccontarla quando molti preferivano voltarsi dall’altra parte, questa giornata ha il sapore amaro della conferma che eravamo sul pezzo.

Naturalmente sarà il Gip a valutare gli elementi raccolti dagli inquirenti e ogni persona coinvolta deve essere considerata innocente fino a eventuale sentenza definitiva. Questo è un principio irrinunciabile dello Stato di diritto.

Ma altrettanto irrinunciabile è un altro principio, quando un’intera struttura pubblica finisce al centro di un’indagine così articolata, il problema non riguarda soltanto le responsabilità individuali. Riguarda un sistema.

Le contestazioni formulate dalla Procura delineano infatti uno scenario inquietante nel quale incarichi, consulenze, accordi istituzionali, appalti e nomine sarebbero stati piegati non all’interesse pubblico ma a interessi politici e personali. Se tali accuse dovessero trovare conferma, non saremmo davanti a semplici irregolarità amministrative. Saremmo davanti alla trasformazione di un ente pubblico finanziato con soldi dei cittadini in uno strumento al servizio di reti di consenso, relazioni personali e convenienze politiche.

Ed è proprio questo il punto che dovrebbe indignare ogni siciliano. Il Cefpas non è un circolo privato. Non è una segreteria politica. Non è una società partecipata da utilizzare come serbatoio di favori. È il centro regionale deputato alla formazione del personale sanitario, una struttura che dovrebbe rappresentare eccellenza, competenza e trasparenza.

Invece, secondo l’impianto accusatorio, sarebbe stato attraversato da logiche che nulla hanno a che vedere con il merito. Ecco perché questa vicenda supera i nomi degli indagati.

Perché racconta una Sicilia che troppo spesso continua a confondere la gestione della cosa pubblica con la gestione del consenso. Una Sicilia nella quale l’appartenenza rischia ancora di contare più delle competenze. Una Sicilia nella quale alcuni enti sembrano diventare feudi anziché istituzioni. Per questo oggi non è il giorno delle rivincite  giornalistiche. Non è il giorno dei “ve l’avevamo detto”.

È il giorno in cui bisogna chiedersi come sia stato possibile arrivare fin qui. Dove fossero i controlli. Dove fossero gli organismi di vigilanza. Dove fossero coloro che avrebbero dovuto intervenire molto prima.

QTSicilia continuerà a fare ciò che ha fatto in questi anni, raccontare i fatti, seguire gli sviluppi dell’inchiesta e pretendere chiarezza. Perché se c’è una lezione che emerge da questa vicenda è che la giustizia può essere lenta. A volte persino troppo lenta.

Ma quando il lavoro giornalistico è serio, documentato e libero da convenienze, spesso accade che le domande poste ieri diventino le indagini di oggi. E mentre davanti ai cancelli del Cefpas arrivano gli uomini della Polizia di Stato, qualcuno dovrebbe ricordare che il tempo può rallentare la verità. Ma raramente riesce a fermarla. TO BE CONTINUED.