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Nella giustizia non esiste il copia e incolla, il caso Naso e il caso Galvagno non sono la stessa cosa.

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Viviamo in un’epoca in cui tutto viene ridotto a slogan, hashtag e sentenze pronunciate davanti a uno smartphone. Sui social network, nei bar, nei gruppi WhatsApp e perfino nei dibattiti politici, si è diffusa una pericolosa tendenza, mettere sullo stesso piano vicende profondamente diverse, cancellando ogni distinzione giuridica, politica e morale.

Eppure la giustizia non funziona così. I processi non si fanno per simpatia o antipatia, né tantomeno per appartenenza politica. Si fanno sui fatti. E i fatti, quando vengono letti senza pregiudizi, raccontano una storia molto diversa da quella che alcuni hanno cercato di costruire.

Negli ultimi mesi c’è stato chi, con sorprendente leggerezza, ha tentato di accostare il caso dell’ex sindaco di Paternò Nino Naso a quello del presidente dell’ARS Gaetano Galvagno. Un paragone che può apparire suggestivo a chi si ferma ai titoli dei giornali, ma che si sgretola non appena si entra nel merito delle vicende.

Da una parte abbiamo Naso, che dovrà affrontare un processo per voto di scambio politico-mafioso, una delle contestazioni più gravi previste dall’ordinamento, in un contesto che ha già portato allo scioglimento del Comune di Paternò per infiltrazioni mafiose. Una vicenda complessa, delicata e ancora tutta da accertare, anche penalmente, nelle sedi giudiziarie competenti.

Dall’altra parte troviamo Gaetano Galvagno, che era finito al centro di una durissima campagna mediatica per un’ipotesi di corruzione legata a due finanziamenti pubblici. Secondo l’impostazione accusatoria, avrebbe ricevuto alcune utilità, non personali, consistenti nell’assunzione, a lui personalmente non attribuibile, da parte degli imprenditori finanziati, di collaboratori a lui vicini, e nell’utilizzo dell’auto blu e per alcuni biglietti per eventi e spettacoli.

L’episodio più contestato era quello relativo al Capodanno di Catania. Per mesi Galvagno è stato esposto al pubblico ludibrio, dipinto come colpevole prima ancora che un giudice potesse pronunciarsi. Titoli, commenti, insinuazioni, processi televisivi e social hanno contribuito a costruire un clima da condanna preventiva che poco aveva a che fare con i principi fondamentali dello Stato di diritto. Poi è arrivata la magistratura. E la magistratura ha stabilito che quell’accusa di corruzione non reggeva, disponendo l’archiviazione e il proscioglimento del presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana. Un dato oggettivo. Un fatto. Non un’opinione.

Questo non significa che la politica debba essere sottratta al controllo dell’opinione pubblica. Significa semplicemente riconoscere che tra un’accusa archiviata e un processo per voto di scambio politico-mafioso esiste una differenza enorme.

Chi per mesi ha utilizzato il nome di Galvagno come simbolo della degenerazione politica siciliana dovrebbe oggi avere l’onestà intellettuale di prendere atto della decisione giudiziaria. Non necessariamente per condividere le sue scelte politiche, ma per rispettare quel principio di presunzione d’innocenza che troppo spesso viene evocato soltanto quando riguarda i propri amici.

La verità è che alcuni commentatori hanno cercato di appiattire tutto nello stesso contenitore, indagini, rinvii a giudizio, archiviazioni, scioglimenti per mafia, sospetti, accuse e condanne. Una semplificazione che fa comodo alla propaganda ma che non aiuta a comprendere la realtà.

Il caso Naso e il caso Galvagno non sono sovrapponibili. Non lo erano ieri e lo sono ancora meno oggi. Perché la giustizia può essere lenta, discutibile e perfino fallibile, ma resta il luogo deputato ad accertare responsabilità. Non i social. Non i tribunali mediatici. Non le tifoserie politiche.

E quando un giudice archivia un’accusa così pesante dopo mesi di bombardamento mediatico, forse sarebbe opportuno interrogarsi non soltanto sull’operato della magistratura, ma anche su quello di certa informazione che troppo spesso trasforma le indagini in sentenze e gli indagati in colpevoli.

La differenza tra uno Stato di diritto e una piazza virtuale sta tutta qui, nelle piazze si giudica per impressioni, nei tribunali per prove. E le prove, almeno nel caso Galvagno, hanno portato a una conclusione che molti, probabilmente, non si aspettavano, il proscioglimento.

Mentre per Naso il percorso giudiziario si è indubbiamente aggravato, con sentenze, per altri soggetti, che hanno accertato il voto di scambio oltre che la nomina di un assessore suggerito dagli “amici degli amici”, con nuovi pentiti che lo accusano, e lo scioglimento per infiltrazioni mafiose degli organi comunali. Questo è il quadro complessivo incontrovertibile.