
di Ruggero Razza
Ci sono molti modi, anche profondamente diversi tra loro, per misurare il grado di affidabilità della politica. Oggi, complici i social network e l’imbarbarimento del confronto pubblico, sembrano prevalere le parole sui fatti. E non è mai un bene. Si alzano i decibel, ma si abbassa la capacità di distinguere chi ha ragione da chi ha torto.
I grandi comunicatori del nostro tempo sono spesso convinti che tutto sia istantaneo e che, in questa continua ricerca dell’immediatezza, si possa dire tutto e anche il suo contrario. Si pensa che una battuta efficace, uno scandalo – vero o, talvolta, persino costruito –, una polemica confezionata su misura contro qualcuno siano sufficienti a generare dibattito in rete e, di conseguenza, a raccogliere consenso.
In molti casi, bisogna riconoscerlo, questo metodo funziona. Ma – ed è questa la riflessione che vorrei proporvi, la seconda dopo quella dello scorso lunedì – siamo davvero sicuri che chi grida di più sia il parametro giusto per individuare la migliore proposta politica? Io credo di no. E provo a spiegare perché.
Sono cresciuto nell’idea che la politica misuri la propria efficacia nella capacità di realizzare progetti. È una concezione della politica come buona amministrazione, nella quale la capacità di trasformare gli impegni in risultati rappresenta l’unico indicatore davvero concreto. È ciò che distingue il populismo demagogico dal buon governo: quel principio guida che, insieme al valore della libertà, ispirò il centrodestra fin dalla sua nascita nel 1994.
Libertà e buon governo, infatti, sono due valori inseparabili: non può esistere l’una senza l’altro.
Non è un’affermazione astratta. Se oggi la Sicilia è l’unica regione italiana nella quale, ad esempio, dopo trent’anni di parole, si sta finalmente costruendo un’autostrada, non è merito del destino, ma del buon governo. Se in ogni provincia si possono indicare decine di opere pubbliche realizzate o in corso di realizzazione, anche in questo caso la spiegazione non è il fato, ma la capacità di amministrare.
Ecco la vera rivoluzione di cui la Sicilia avrebbe bisogno: smettere di misurare la politica con il rumore delle polemiche e cominciare a valutarla attraverso la concretezza delle opere.
Scopriremmo che, in ogni schieramento e in ogni coalizione, esistono professionisti dell’immobilismo, abilissimi nei sotterfugi e spesso innamorati delle proprie parole. Ma esistono anche amministratori pubblici concreti e onesti, che lavorano molto e parlano poco.
Questo è stato, a mio avviso, il lascito più importante del governo regionale che ha concluso il proprio mandato nel 2022: l’idea che il buon governo possa diventare il principale criterio di giudizio della politica. Un patrimonio che avrebbe dovuto rappresentare un valore condiviso. Almeno a destra.