
Ci sono interviste che chiariscono una strategia politica. E poi ci sono interviste che, forse involontariamente, aprono più interrogativi di quanti ne chiudano. L’intervento di Pippo Failla ai microfoni di Radio Paternò appartiene alla seconda categoria.
L’ex sindaco ragiona di candidature, di futuro amministrativo e della necessità di costruire un progetto credibile per la città, di cinque punti programmati che vorrebbe fossero realizzati. Un ragionamento che, per molti aspetti, appare condivisibile, prima delle persone servono idee, programmi e una visione di Paternò che guardi oltre la semplice competizione elettorale.
Ma c’è un passaggio che merita una riflessione politica più approfondita. Nel corso dell’intervista emerge infatti una critica rivolta, senza citarlo esplicitamente, a un pezzo del centrodestra e, in particolare, a quella componente di Fratelli d’Italia che negli ultimi anni ha esercitato un ruolo rilevante nella politica locale, e qui parte il j’accuse nei confronti di coloro che non hanno firmato la mozione di sfiducia e in subordine a tutti coloro che non si siano dimessi consentendo ad azzerare un’amministrazione poi sciolta per mafia. Un j’accuse pronunciato senza indicare nomi, responsabilità precise o episodi circostanziati. Ed è proprio questo il punto.
In politica le allusioni hanno sempre un peso. Ma quando si decide di lanciare accuse, anche solo sul piano politico, sarebbe auspicabile accompagnarle con la chiarezza necessaria, anche se lui stesso afferma di essere sempre schietto nelle affermazioni, affinché cittadini ed elettori possano comprenderne il significato. Diversamente il rischio è quello di alimentare il sospetto senza offrire elementi utili ad analizzare pubblicamente tali affermazioni.
È una tecnica che appartiene da sempre alla comunicazione politica, lasciare intendere, evocare, suggerire. Il destinatario capisce, gli addetti ai lavori pure, ma il dibattito pubblico rimane sospeso in una zona grigia dove tutti immaginano e nessuno può realmente confrontarsi sui fatti. Paradossalmente, proprio chi richiama la necessità di fare o di avere fatto politica in modo diverso dovrebbe essere il primo a privilegiare la trasparenza.
L’altro elemento interessante riguarda il tema delle candidature. Failla sembra voler riportare il confronto su un terreno meno personalistico, quasi a dire che il candidato sindaco debba essere la conseguenza di un progetto e non il punto di partenza e che sia la sintesi tra vecchio e nuovo tra esperienza e creatività (non fantasia). Un principio difficile da contestare ma che rende plastico l’equilibrismo di Failla.
Il problema, tuttavia, è che la politica paternese sembra vivere da mesi la situazione opposta, candidature che nascono prima ancora delle coalizioni, aspiranti sindaci che si muovono in ordine sparso, partiti che faticano a definire una linea comune e tavoli che sembrano inseguire le ambizioni personali più che costruire una proposta amministrativa.
In questo contesto, il richiamo alla progettualità rischia di trasformarsi in una constatazione più che in una soluzione. L’impressione finale è che l’intervista contenga un messaggio indirizzato soprattutto agli interlocutori politici piuttosto che ai cittadini. Un messaggio fatto di equilibri, distinguo e richiami interni al centrodestra, nel quale il riferimento a Fratelli d’Italia appare evidente pur rimanendo volutamente senza destinatari dichiarati. Una scelta legittima sul piano della comunicazione, ma molto meno coraggiosa, meno efficace se l’obiettivo fosse alimentare un confronto pubblico realmente trasparente.
Perché la politica vive anche di sottintesi. Ma una comunità chiamata presto a scegliere il proprio futuro amministrativo ha probabilmente bisogno di qualcosa in più, meno messaggi in codice e più parole chiare. E mentre fa chiarezza sui propositi, tace sui nomi. Le elezioni, di certo, non si vincono con gli indovinelli. Si vincono convincendo gli elettori. Ma meglio lui che tanti altri “autoctoni” relegati in silenzi grotteschi.