
La denuncia di Cateno De Luca riapre una questione che riguarda l’intera Sicilia: autorizzazioni, investimenti bloccati e patrimonio pubblico che rischia di restare prigioniero della burocrazia.
E nella città di Paternò le domande sono tutt’altro che marginali. Finanziamenti perduti, scavi al palo, un museo con le chiavi da chiarire, una fontana che reclama risposte e poi le Salinelle. Chi controlla chi dovrebbe tutelare il patrimonio? E soprattutto: chi paga per questa paralisi?
Di fronte a un bene culturale, la prima parola deve essere tutela. Ma l’ultima può essere soltanto la valorizzazione. Se un ufficio pubblico finisce per trasformarsi in un passaggio interminabile, dove i progetti si arenano, gli investimenti attendono e i cittadini non riescono a ottenere risposte chiare, allora il problema non è più soltanto amministrativo. Diventa politico, istituzionale e culturale.
La denuncia di Cateno De Luca sulla Soprintendenza di Messina porta al centro del dibattito un interrogativo scomodo, è possibile che la macchina preposta alla tutela del patrimonio storico e artistico finisca, attraverso ritardi e procedure oscure che si trascinano, per scoraggiare proprio quelle iniziative che potrebbero restituire vita ai beni culturali?
È una questione che merita verifiche, documenti e risposte. Ma è anche una questione che non può essere confinata alla provincia di Messina. Perché, guardando alla realtà di Catania e soprattutto alle vicende che riguardano Paternò, il problema della incapacità amministrativa si ripresenta con tutta la sua forza.
- LA TUTELA NON PUÒ DIVENTARE IMMOBILISMO
Oggi si mette in discussione il ruolo delle Soprintendenze. La salvaguardia dei beni culturali è una funzione essenziale, impedisce interventi incompatibili, protegge la memoria dei luoghi e garantisce che il patrimonio storico non venga sacrificato sull’altare degli interessi economici. Ma proprio perché questa funzione è tanto importante, deve essere esercitata con competenza, trasparenza e tempi amministrativi ragionevoli.
Un conto è chiedere a un progetto di rispettare prescrizioni necessarie per proteggere un monumento. Un altro è lasciare cittadini, associazioni, enti locali e investitori nell’incertezza, senza un percorso comprensibile, senza scadenze verificabili e senza sapere quali ostacoli impediscano di procedere.
La domanda è semplice: chi controlla l’efficienza degli uffici che devono garantire la tutela del patrimonio culturale? E ancora: chi verifica quanti progetti siano fermi, da quanto tempo attendano una risposta e quali siano le ragioni concrete dei ritardi? Non basta invocare la complessità delle procedure. Se una pratica è incompleta, si indichino le integrazioni necessarie. Se un intervento è incompatibile con la tutela, si spieghi perché. Se esistono ostacoli tecnici o giuridici, si individuino con precisione. Quello che non può diventare ordinario è il limbo amministrativo.
- CATANIA, UN CASO A PARTE? PATERNÒ CHIEDE CONTO
Se la denuncia che arriva da Messina pone un problema generale, a Paternò occorre guardare alle singole vicende, senza confondere responsabilità diverse e senza accontentarsi di spiegazioni generiche.
La città custodisce un patrimonio archeologico e storico di notevole valore. Eppure, troppo spesso, il dibattito pubblico si concentra sull’importanza dei beni culturali, mentre rimane in secondo piano la domanda decisiva, quanto di quel patrimonio è realmente accessibile, fruibile e restituito alla comunità?
Prendiamo il museo civico dedicato a monsignor Gaetano Savasta, ospitato nell’ex carcere borbonico. La struttura, inaugurata nel 2007, rappresenta un punto di riferimento per la conoscenza della storia cittadina e dei reperti provenienti dalle campagne archeologiche.
Una pubblicazione scientifica dedicata ai musei civici archeologici di Mineo e Paternò descriveva già una situazione nella quale, nell’ampia sala espositiva, era presentata soltanto una selezione limitata dei materiali rinvenuti. Un patrimonio che, per sua stessa natura, dovrebbe essere oggetto di studio, valorizzazione e fruizione pubblica. Ma oggi bisogna andare oltre la descrizione del museo. Occorre chiarire quale sia la sua effettiva condizione, quali siano le modalità di accesso, chi detenga materialmente le chiavi e sulla base di quale titolo.
Se la chiave di una struttura pubblica è effettivamente custodita da un privato cittadino, quale atto ne disciplina la consegna e la responsabilità? È una domanda legittima, non un’accusa personale. La custodia di un bene pubblico deve essere regolata da atti chiari, responsabilità individuate e procedure verificabili. Se tutto è regolare, la documentazione dovrebbe poterlo dimostrare. Se invece emergessero anomalie, sarebbe doveroso intervenire. Il patrimonio pubblico non può dipendere da consuetudini informali, rapporti personali o soluzioni delle quali non sia possibile ricostruire la legittimità. E il problema non riguarda soltanto Paternò, riguarda il principio secondo cui ciò che appartiene alla collettività deve essere gestito nell’interesse della collettività, non al contrario.
- LA FONTANA DI PIAZZA DELLA REGIONE: CHIARIRE, NON DIMENTICARE
Un’altra vicenda che merita di essere riletta è quella della fontana di piazza della Regione. Nel 2022, durante gli interventi di riconfigurazione dell’opera, la Soprintendenza di Catania intervenne sul cantiere, che venne fermato, per poi consentire la prosecuzione dei lavori a determinate condizioni. La vicenda fu oggetto di contestazioni e discussioni pubbliche.
Non si tratta solo di trasformare ogni prescrizione tecnica in un abuso, né di sostenere che un’autorizzazione debba essere concessa a prescindere dalle esigenze di conservazione. Si tratta, piuttosto, di chiedere conto dell’intero procedimento, quali valutazioni furono effettuate, quali condizioni vennero imposte, come “non” furono recepite e quale risultato finale sia stato consegnato alla città.
Perché un intervento su un bene di interesse storico non può essere valutato soltanto sulla base dell’apertura o della chiusura di un cantiere. Deve essere valutato sulla qualità del risultato, sulla sua coerenza con le prescrizioni e sulla trasparenza delle decisioni assunte. La domanda che rimane è se il sistema di autorizzazioni e controlli abbia prodotto il miglior risultato possibile per la tutela e la fruizione del bene. I cittadini hanno diritto di conoscere gli atti, non soltanto di assistere alle polemiche.
- GLI SCAVI FINANZIATI, I PROGETTI FERMI E IL TEMPO CHE PASSA
C’è poi il capitolo più delicato, quello degli interventi archeologici che, secondo le segnalazioni, sarebbero stati finanziati dalla Regione in due occasioni, senza arrivare alla conclusione attesa. Il primo finanziamento è andato perduto, il secondo il 31 dicembre seguirà la stessa sorte, con la Sovrintendenza che fa surplace.
Qui occorre distinguere con precisione le risorse stanziate, quelle effettivamente impegnate, le autorizzazioni rilasciate e i lavori mai realmente eseguiti. Dire che un intervento è stato finanziato, significa che tutte le risorse pur impegnate non trovano soluzione. Il ritardo che porterà alla eventuale perenzione per la seconda volta dipende da un unico ufficio, la Sovrintendenza. Ma proprio per questo serve un rendiconto pubblico.
Per Paternò, il caso delle Salinelle esistono atti regionali riferiti a interventi specifici? Nel 2024 la Regione ha pubblicato decreti relativi alla progettazione e alla rinaturalizzazione di aree del Sistema Salinelle del Monte Etna. Questi documenti costituiscono un punto di partenza concreto per ricostruire lo stato delle procedure, senza confondere gli atti di liquidazione con la prova dell’avvenuta realizzazione delle opere.
La questione, dunque, è verificabile, quali interventi sono stati programmati? Quali sono arrivati alla progettazione esecutiva? Quali autorizzazioni sono state richieste? Quali risultano rilasciate? Dove si sono accumulati eventuali ritardi? E chi deve risponderne?
Se gli interventi effettuati dalla Sovrintendenza e dal Comune con ruspe sono incompatibili con le esigenze di tutela e valorizzazione? Sarebbe necessario ricostruire l’intera catena delle responsabilità.
I finanziamenti pubblici non possono trasformarsi in annunci destinati a invecchiare negli archivi. Ogni euro destinato al patrimonio culturale deve produrre risultati verificabili. Ogni ritardo deve avere una motivazione documentata. Ogni amministrazione coinvolta deve poter spiegare il proprio operato.
- E SE CI FOSSERO INTERESSI PARTICOLARI?
È la domanda più pesante, ma anche quella che non può essere affrontata con leggerezza.
Quando un bene pubblico resta inutilizzato, quando un progetto non procede o quando l’accesso al patrimonio sembra dipendere da procedure poco comprensibili, è naturale chiedersi se esistano ragioni ulteriori rispetto agli ostacoli tecnici e amministrativi.
Ma il sospetto non è una prova. Non sarebbe corretto attribuire interessi privati, favoritismi o condotte illecite a singoli funzionari senza elementi documentali. Pur tuttavia ne è sempre l’anticamera.
La risposta seria è pretendere atti pubblici, cronologie delle pratiche, motivazioni dei provvedimenti, verifiche sui controlli superiori e sui finanziamenti, per fare emergere anomalie concrete. Se tutto è regolare, la trasparenza lo dimostrerà. Se invece dovessero emergere irregolarità, omissioni e inadempienze, gli organi competenti avrebbero il dovere di accertarle e denunciarle alle autorità. È questo il punto, non chiedere indulgenza, ma verificabilità.
- CHI CONTROLLA I CONTROLLORI?
La vicenda sollevata da De Luca, al di là delle specifiche contestazioni che dovranno essere documentate, offre l’occasione per aprire una riflessione sull’organizzazione degli uffici regionali preposti ai beni culturali.
La tutela non può essere un alibi per l’inerzia. L’autonomia tecnica non può significare assenza di rendicontazione. La complessità delle procedure non può diventare una zona franca nella quale nessuno è chiamato a spiegare tempi, risultati e responsabilità.
Per questo l’Assessorato regionale dei Beni culturali dovrebbe essere chiamato a fare chiarezza, partendo da dati semplici e pubblicabili, numero delle pratiche pendenti, anzianità dei procedimenti, tempi medi di risposta, progetti finanziati ancora non realizzati e motivazioni dei principali ritardi.
E, per quanto riguarda Paternò, servirebbe un dossier puntuale sul museo civico, sulla fontana di piazza della Regione e sugli interventi archeologici finanziati per ben due volte fermi al palo, con gli atti amministrativi e lo stato aggiornato di ciascun procedimento.
È una guerra contro le Soprintendenze? È una richiesta di responsabilità nei confronti di uffici che svolgono una funzione troppo importante per essere lasciati senza un controllo efficace dei risultati. Perché il patrimonio culturale non appartiene agli uffici, ai funzionari o a chi ne detiene materialmente le chiavi. Appartiene alla comunità. E quando la comunità non può conoscerlo, visitarlo, valorizzarlo o vederne completati gli interventi, la questione diventa pubblica e politica.
La domanda finale è inevitabile: vogliamo Soprintendenze capaci di proteggere il passato e rendere possibile il futuro, oppure uffici nei quali anche il tempo finisce sotto tutela? Paternò, intanto, non ha bisogno di altre promesse. Ha bisogno di risposte, documenti e risultati.