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SANITÀ SICILIANA, CINQUANTAMILA EURO IL PREZZO DELLA POLITICA

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Sulla sanità pressioni e interessi, quando il confine tra rappresentanza e potere diventa il vero caso siciliano

«Ci fazzu un bel regalo di 50mila euro». È la frase che, da sola, restituisce il clima inquietante descritto nell’inchiesta rilanciata oggi sulla stampa. Non è soltanto una questione di denaro, è il significato politico di quel denaro, il contesto nel quale viene evocato e l’obiettivo che, secondo la ricostruzione investigativa, si sarebbe voluto raggiungere.

Al centro c’è sempre la Sanità pubblica, un ambito nel quale l’assistenza alle persone più fragili dovrebbe essere governata esclusivamente da criteri di qualità, trasparenza e interesse pubblico. E invece, secondo l’ipotesi accusatoria, si sarebbe tentato di condizionare gli effetti di un decreto regionale che ampliava la platea dei soggetti potenzialmente coinvolti nell’assistenza. È qui che la vicenda supera i confini della cronaca giudiziaria.

  • IL PROBLEMA NON È SOLTANTO CHI PARLA DI SOLDI

Nelle conversazioni riportate dalla stampa, Luigi Zancla, presidente della Samo, avrebbe prospettato un regalo da 50 mila euro per ottenere un intervento capace di tutelare gli interessi della propria organizzazione. La ricostruzione degli investigatori chiama in causa una presunta rete di interlocuzioni politiche e amministrative, con riferimenti a Edi Tamajo, Salvatore Iacolino e Gaetano Armao, tutti nell’orbita di Forza Italia.

Occorre essere rigorosi, le responsabilità individuali dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie e le singole posizioni non possono essere sovrapposte. Ma il quadro descritto solleva una domanda politica inevitabile: chi garantisce che le decisioni pubbliche non diventino terreno di pressione per interessi privati?

Perché il punto non è soltanto stabilire se una somma sia stata effettivamente versata o se un intervento abbia prodotto il risultato desiderato. Il punto è capire se qualcuno abbia ritenuto possibile utilizzare relazioni, accessi e interlocuzioni istituzionali per ottenere un vantaggio. Se questo schema fosse confermato, non saremmo davanti a una semplice caduta di stile. Saremmo davanti a una distorsione della funzione pubblica.

  • LA SANITÀ NON È UN MERCATO DI RELAZIONI

Le cure palliative riguardano persone malate, famiglie che affrontano momenti difficilissimi e professionisti chiamati a garantire assistenza e dignità. Per questo ogni sospetto di condizionamento amministrativo assume un peso particolare.

Un decreto che modifica le condizioni di accesso al sistema può incidere sulla concorrenza tra operatori, sull’organizzazione dei servizi e sulle opportunità per chi aspira a svolgere determinate prestazioni. È proprio per questo che le regole devono essere chiare, verificabili e uguali per tutti. Come per l’altro filone che abbiamo denunciato delle assicurazioni per la responsabilità civile della sanità pubblica. Un affare milionario che non può lesciare indifferenti.

Se l’allargamento della platea degli operatori viene percepito come una minaccia, la risposta legittima è il confronto amministrativo, non la ricerca di scorciatoie personali.

E se le pressioni descritte nell’inchiesta trovassero conferma, la questione diventerebbe ancora più grave, non soltanto un possibile vantaggio per un soggetto, ma il rischio di sottrarre una scelta pubblica alla valutazione imparziale degli uffici.

  • IL POTERE DELLE PORTE CHIUSE

La politica non esercita la propria influenza soltanto attraverso leggi, delibere e dichiarazioni ufficiali. Esiste anche una dimensione meno visibile, quella degli incontri, delle telefonate, delle presentazioni personali e delle richieste che viaggiano attraverso conoscenze consolidate.

Le relazioni istituzionali sono legittime. Diventano un problema quando vengono utilizzate, eventualmente, per aggirare procedure, alterare valutazioni o garantire trattamenti di favore. È questa la zona grigia che la magistratura è chiamata a chiarire.

Il sospetto più insidioso non è necessariamente quello di un atto clamoroso. È l’idea che un procedimento possa essere orientato senza lasciare tracce evidenti nella documentazione amministrativa, mentre all’esterno tutto continua ad apparire formalmente regolare.

Per questo servono verifiche approfondite: quali richieste sarebbero state avanzate? Quali risposte sarebbero arrivate? Quali effetti avrebbe prodotto il decreto? E, soprattutto, le decisioni degli uffici sono state assunte autonomamente, sulla base di criteri tecnici, oppure hanno subito condizionamenti esterni?

Sono domande, non verdetti. Ma sono domande alle quali il sistema pubblico deve saper rispondere.

  • LA RESPONSABILITÀ POLITICA NON SI ESAURISCE NEI TRIBUNALI

La presunzione d’innocenza è un principio irrinunciabile. Non può essere sacrificata sull’altare della polemica. Ma non può neppure diventare un alibi per sottrarsi al dovere della trasparenza. La responsabilità penale si accerta in tribunale. La responsabilità politica riguarda anche la capacità di chiarire tempestivamente i rapporti, le interlocuzioni e le decisioni che hanno coinvolto persone investite di funzioni pubbliche.

Di fronte a un’inchiesta di questa portata, i cittadini hanno diritto a risposte documentate, non a generiche rassicurazioni. Hanno diritto di sapere se le procedure siano state rispettate e se l’interesse collettivo sia rimasto davvero al centro delle scelte amministrative. Non basta attendere l’esito giudiziario per affrontare le eventuali criticità organizzative. Occorre verificare subito ciò che è verificabile: atti, passaggi amministrativi, motivazioni e criteri adottati.

  • LA DOMANDA CHE RESTA ALLA SICILIA

La vicenda raccontata oggi dalla stampa non autorizza condanne preventive. Autorizza, però, una riflessione severa sul funzionamento delle istituzioni regionali e sulla necessità di separare nettamente l’interesse pubblico dalle convenienze private.

Se un operatore può pensare di ottenere un risultato amministrativo attraverso la promessa di un regalo, il problema non riguarda soltanto chi pronuncia quella frase. Riguarda anche la fiducia che i cittadini ripongono nelle regole e in chi è chiamato ad applicarle.

La Sicilia ha bisogno di istituzioni nelle quali nessuno possa ragionevolmente pensare che una telefonata valga più di una procedura, una conoscenza più di un requisito, un rapporto personale più dell’interesse generale.

Perché il vero scandalo, quando le accuse vengono confermate, non è soltanto il denaro che circola. È il rischio che il potere pubblico venga percepito come qualcosa da negoziare anziché come un servizio da esercitare.

Ed è su questo terreno, prima ancora che nelle dichiarazioni di circostanza, che si misura la credibilità della politica siciliana.