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CATANIA: IL BUCO “BIANCO”… IL BUCO NERO

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Iniziamo con alcuni passaggi tratti da un articolo di Iene Sicule:

«Il comune di Catania farà la stessa fine dell’ “era Bianco” (è in corso un processo ad ex amministratori di Bianco e a lui stesso), con annesse vicende legate all’amministrazione Pogliese? Per il momento, il “dissesto-bis” è solo una prospettiva di lungo termine, ma i debiti –e sono notevoli- ci sono: e dire che a noi sembrava che la “lotta per la legalità” dell’attuale sindaco […] Ora sarebbe da chiedersi: ma chi ha diretto l’area della Ragioneria (e non solo della ragioneria . ndr) del comune rappresenta davvero il “nuovo”? Quale grado di discontinuità esiste anche in questo delicato settore? Chi conosce la storia politica di Catania sa perfettamente che anche in tema di dirigenti la continuità prevale: poi, certo ci sono quelli che leggono la città sulla dicotomia “destra-sinistra”, ma anche loro, anzi soprattutto loro, sono funzionali alla “città del falso”…in bilancio(?)»


Catania è una città straordinaria. Riesce a trasformare perfino i bilanci in opere di d’arte. Altrove si fanno i conti. Qui si raccontano favole. E quando qualcuno osa pronunciare la parola proibita dissesto, parte immediatamente il campionato mondiale del silenzio istituzionale.

Per settimane erano soltanto indiscrezioni. Voci. Sussurri nei corridoi. Poi qualcuno ha avuto l’ardire di dirlo in Consiglio comunale: “Attenzione, il dissesto-bis non è fantascienza”. E da quel momento è calato il sipario. Nessuna smentita netta. Nessuna spiegazione rassicurante. Solo quel silenzio che, in politica, spesso è più rumoroso di una conferenza stampa. D’altronde Catania ha una tradizione consolidata, quando il termometro segna quaranta gradi, basta togliere il termometro e il problema è risolto.

La politica catanese assomiglia sempre di più al celebre gioco delle tre carte. Cambiano i simboli, cambiano le coalizioni, cambiano i manifesti elettorali. Ma quando si arriva ai posti chiave, ai centri decisionali, alle stanze dove passano i numeri veri, la sensazione è sempre la stessa, il film cambia titolo, ma gli attori secondari recitano da decenni nello stesso copione.

La narrazione ufficiale parla continuamente di “nuovo corso”, “discontinuità”, “cambiamento”. Poi, però, arriva il momento di aprire i cassetti della Ragioneria e la domanda diventa inevitabile, quanto è davvero nuovo ciò che viene presentato come rivoluzionario? Perché la continuità, quella vera, non è soltanto politica. È amministrativa. È burocratica. È culturale. È il riflesso di una città che cambia padrone ma raramente cambia metodo.

Negli ultimi anni abbiamo ascoltato una parola ripetuta fino allo sfinimento, legalità. Una parola nobile, che però rischia di diventare uno slogan pubblicitario se non è accompagnata da un principio molto meno romantico ma infinitamente più importante, la sostenibilità dei conti pubblici. Perché non esiste legalità senza trasparenza finanziaria. Non esiste buona amministrazione se ogni legislatura eredita una montagna di debiti e la lascia leggermente più alta a quella successiva. Il problema non è stabilire di chi sia la colpa storica. Il problema è capire chi abbia il coraggio di interrompere questo ciclo, che finora, francamente, non si vede.

A Catania il dissesto viene raccontato come il maltempo. Arriva. Passa. Si aspetta il sole. Nessuno sembra chiedersi perché continui a tornare. Eppure il dissesto non è un uragano tropicale. Non è un terremoto. Non è una calamità naturale. È quasi sempre il risultato di anni di scelte politiche, rinvii, spesa fuori controllo, incapacità di programmazione e, soprattutto, dell’eterna convinzione che qualcuno, prima o poi, pagherà il conto. Naturalmente quel qualcuno non è mai la politica. Sono i cittadini.

La vera specialità catanese non è l’Etna, è la capacità di raccontare che tutto procede magnificamente mentre il pavimento continua a scricchiolare. Si inaugura. Si annuncia. Si comunica. Si celebrano successi. Poi, improvvisamente, spunta fuori qualche centinaio di milioni di problemi che nessuno aveva notato. Una magia amministrativa degna del miglior illusionista.

Il rischio più grande non è soltanto il dissesto-bis. Il rischio è l’assuefazione. Quando una città si abitua a considerare normale vivere costantemente sull’orlo del precipizio finanziario, significa che il problema non è più il bilancio. È la cultura politica. Perché una comunità che smette di pretendere trasparenza finisce inevitabilmente per accontentarsi delle giustificazioni. E le giustificazioni, come i debiti, maturano interessi.

Alla fine la questione è una sola. Se davvero oggi esiste il rischio concreto di un nuovo dissesto, significa che qualcuno ha sbagliato. E allora sarebbe utile sapere chi. Non per organizzare processi mediatici. Ma perché la memoria è l’unico antidoto alla ripetizione degli errori.

Altrimenti continueremo ad assistere all’eterno spettacolo della politica catanese. Ogni amministrazione giura di aver trovato il disastro lasciato da quella precedente, salvo poi consegnarne uno ancora più sofisticato a quella successiva. Più che alternanza democratica, sembra una staffetta. Con il debito come unico vincitore.