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PATERNÒ, IL FUTURO E I VOLTI DEL PASSATO. L’esortazione dell’arcivescovo Renna dopo lo scioglimento per mafia. Ma il nuovo cantiere della città apre anche una domanda: dove finisce l’impegno della Chiesa e dove comincia la politica?

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La frase pronunciata dall’arcivescovo di Catania, monsignor Luigi Renna, in preparazione dell’assemblea del 25 settembre, merita attenzione: «Poi a voi le scelte concrete, che speriamo imparino dagli errori del passato e disegnino per Paternò un futuro degno di questa bella città». È un’esortazione che, nel momento che Paternò sta attraversando, appare certamente condivisibile. Perché questa città ha davvero bisogno di interrogarsi sul proprio passato e, soprattutto, di capire quali errori non debbano essere ripetuti. Il problema è proprio questo: quale passato? E quali errori?

Paternò arriva a questo appuntamento dopo una storia politica amministrativa complessa, che attraversa stagioni e protagonisti diversi: da Graziella Ligresti a Mauro Mangano, fino alla lunga stagione di Nino Naso e, oggi, allo scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. Un provvedimento dello Stato che ha fatto seguito a un accesso antimafia e alle risultanze richiamate nel decreto di scioglimento, nel quale vengono indicati elementi ritenuti concreti, univoci e rilevanti circa collegamenti e condizionamenti riconducibili alla criminalità organizzata.

Non è dunque una pagina qualsiasi della storia amministrativa di Paternò. È una cesura. Ed è proprio per questo che ogni percorso che dichiara di voler costruire il futuro della città deve interrogarsi anche sulla scelta delle persone chiamate a costruirlo.

L’iniziativa “Assieme per Paternò”, promossa dal XII Vicariato dopo l’appello dell’arcivescovo, nasce formalmente come percorso di ascolto e proposta, con tre tavoli dedicati a povertà educativa, sviluppo economico e rapporto tra identità e territorio. I promotori hanno precisato che l’obiettivo è restare fuori dalla competizione elettorale e offrire le proposte a chiunque vorrà candidarsi ad amministrare la città.

Ed è proprio qui che nasce la nostra perplessità. Se l’obiettivo è davvero quello di costruire uno spazio aperto alla città, trasversale, capace di andare oltre gli schieramenti, allora la composizione dei gruppi di lavoro diventa una questione tutt’altro che secondaria. Perché inserire nel coordinamento una figura politica come Mauro Mangano, già sindaco di Paternò dal 2012 al 2017, significa inevitabilmente portare dentro quel percorso una parte precisa della storia politica cittadina. Non è un giudizio sulla persona, né un’accusa personale: è semplicemente un dato politico.

Mangano fu ricandidato da sindaco uscente nel 2017 e ottenne 1.910 voti, pari al 6,73%, arrivando quarto tra i cinque candidati alla carica di sindaco; Nino Naso fu eletto al primo turno con il 46,05%.

E oggi Mangano è anche una delle persone che, pubblicamente, ha affrontato il tema delle responsabilità politiche legate alla vicenda dello scioglimento, sostenendo che chi ha amministrato debba interrogarsi sui risultati e sui metodi utilizzati. Proprio per questo la domanda è legittima, per costruire una Paternò nuova era necessario affidare un ruolo di coordinamento a una figura che appartiene così direttamente alla storia politica che si dice di voler superare? È una domanda politica, non personale. E ce n’è un’altra.

Perché un’iniziativa promossa dalla Chiesa, che dichiara di voler parlare alla comunità nel suo complesso, rischia di essere percepita come maggiormente vicina ad alcune sensibilità politiche, sinistre, rispetto ad altre?

Non basta dichiarare che i tavoli sono aperti a tutti. La percezione di imparzialità passa anche dalle scelte concrete, dalle persone coinvolte, dagli equilibri e dalla capacità di rappresentare realmente la pluralità della città. Perché dopo uno scioglimento per mafia, Paternò ha bisogno innanzitutto di trasparenza. Trasparenza nelle istituzioni. Trasparenza nella società civile. Trasparenza nelle associazioni. E trasparenza anche nei rapporti tra mondo ecclesiale e mondo politico.

La Chiesa ha certamente un ruolo importante nell’educazione alla legalità, nella solidarietà, nella formazione delle coscienze e nella costruzione del bene comune. L’iniziativa del Vicariato può quindi rappresentare un’occasione di confronto, soprattutto se riuscirà davvero a coinvolgere sensibilità diverse e a produrre proposte concrete. Ma proprio perché la posta in gioco è così alta, non può esserci spazio per l’impressione che si stia costruendo una parte politica della città sotto un’altra veste. E arriviamo alla domanda più delicata.

La Chiesa deve limitarsi all’esortazione o può scendere in campo?

Una cosa è formare le coscienze, richiamare alle responsabilità, elaborare idee e indicare valori. Un’altra cosa sarebbe trasformare un percorso ecclesiale in un soggetto capace di orientare direttamente candidature, coalizioni e consenso elettorale. Sono piani diversi. E a Paternò, dopo quello che è accaduto, questa distinzione dovrebbe essere particolarmente netta.

L’arcivescovo, nella frase riportata, dice una cosa fondamentale: «A voi le scelte concrete». Ecco, forse il punto è proprio questo. Se quelle parole devono essere prese sul serio, così come sono, le scelte concrete devono rimanere nelle mani dei cittadini e della politica democratica, non della Chiesa.

La Chiesa può indicare una strada, e dovrà farlo guardando avanti, senza dimenticare il passato e i suoi protagonisti. Perché il vero rinnovamento non consiste semplicemente nel cambiare i nomi. Consiste nel cambiare metodo. E soprattutto nel non trasformare la memoria degli errori del passato in uno strumento per riproporre, magari con volti diversi e formule nuove, gli stessi vecchi equilibri.

Paternò ha già pagato un prezzo altissimo per la politica chiusa, per le divisioni e per la perdita di credibilità delle istituzioni. Adesso serve una città adulta. Una città libera. Una città capace di scegliere senza padrini, senza tutori e senza recinti. Anche quelli costruiti — magari in buona fede (?) — nel nome del bene comune.