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SICILIA, IL FALLIMENTO COMINCIA DALLA SELEZIONE DELLA CLASSE DIRIGENTE

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Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose, inchieste giudiziarie, istituzioni sotto pressione. La politica siciliana è chiamata a rispondere di una domanda scomoda, chi sceglie la classe dirigente e secondo quali criteri?

Troppo spesso il pallottoliere delle preferenze prevale su competenza, professionalità, trasparenza e integrità. Si candidano persone perché portano voti, si premiano le fedeltà alle correnti, si confonde il consenso elettorale con la capacità di governare. Poi arrivano le crisi e la politica scopre le proprie fragilità.

Occorre distinguere. La responsabilità penale è individuale e va accertata secondo la legge; quella politica riguarda anche le scelte, le omissioni e i criteri con cui si esercita il potere. Un’indagine non è una condanna, ma la presunzione d’innocenza non può diventare un alibi per sottrarsi alle domande sulle scelte e sui controlli preventivi. La magistratura accerta le responsabilità nei casi previsti dalla legge. Non può sostituirsi alla politica nella selezione dei propri rappresentanti. Spetta ai partiti verificare, prevenire, pretendere trasparenza e scegliere persone all’altezza del mandato. Non dopo uno scandalo, ma prima del voto.

Il fallimento politico non comincia necessariamente in un’aula giudiziaria. Può cominciare nelle stanze in cui si decidono le candidature, quando il numero delle preferenze conta più della qualità delle persone.

La Regione Siciliana non ha bisogno di altri proclami. Ha bisogno di una classe dirigente scelta per ciò che sa fare, per come esercita il potere e per la capacità di rispondere ai cittadini. Perché vincere le elezioni è una cosa. Meritare di governare è un’altra. E questo cui assistiamo a Palermo è la dimostrazione di questo fallimento.

  • PASSIAMO A PATERNÒ. DOPO LO SCIOGLIMENTO PER MAFIA LA POLITICA RISCHIA DI RIPARTIRE DAGLI STESSI ERRORI

Paternò è il banco di prova più concreto di questa crisi della classe dirigente. Una città che porta ancora le conseguenze di anni di criticità amministrative e che, dopo lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose, avrebbe bisogno di una profonda ricostruzione politica, amministrativa e civica. E invece il dibattito rischia di concentrarsi ancora una volta sulla corsa alla candidatura a sindaco, sulle alleanze e sui nomi, prima ancora di chiarire quale futuro si voglia costruire.

  • Il punto non è soltanto chi farà il sindaco. Il punto è con quale classe dirigente, con quale progetto e con quali garanzie di trasparenza si intende governare Paternò.

Non basta cambiare il nome sulla porta di Palazzo di Città se restano immutati i metodi, le logiche di appartenenza, il mantenimento della macchina burocratica che ha prodotto e produce ancora gli stessi metodi che hanno portato allo scioglimento, malgrado la commissione straordinaria, non si cambia metodo,  si producono i medesimi rituali.

La ricerca del consenso può essere l’unico metro di selezione per la scelta della classe dirigente futura?  Una città che ha attraversato una crisi istituzionale così grave non può permettersi di confondere la competizione elettorale con la ricostruzione della propria credibilità. Serve una visione che restituisca a Paternò una prospettiva, non l’ennesimo elenco di promesse elettorali.

La domanda da rivolgere a chi aspira alla guida della città è semplice, quale Paternò si immagina e con quali strumenti si intende realizzarla? Quali priorità, quali risorse, quali tempi, quali responsabilità? E quali criteri userà nello scegliere assessori e collaboratori, evitando che la composizione della squadra diventi il prezzo da pagare solo alle correnti e agli equilibri elettorali?

Dopo una vicenda tanto delicata, la trasparenza non può essere una parola da inserire nel programma. Deve diventare il criterio con cui si costruiscono le candidature, si formano le liste, si scelgono gli amministratori e si assumono le decisioni. Paternò non ha bisogno soltanto di un candidato sindaco. Ha bisogno di una classe dirigente che sappia lavorare insieme, oltre gli interessi personali, e di un progetto civico capace di coinvolgere competenze, energie sociali e cittadini che non si riconoscono solamente nelle consuete spartizioni.

  • La vera sfida non è conquistare il municipio. È dimostrare di essere in grado di ricostruire la fiducia in un’istituzione ferita.

Se la politica ripartirà soltanto dai nomi, dalle ambizioni e dai conteggi elettorali, avrà perso l’occasione di comprendere la lezione di questi anni. Se invece saprà partire dai problemi reali, dalla qualità delle persone e da una visione condivisa, la prossima stagione amministrativa potrà diventare un’occasione di discontinuità.

Perché Paternò non può essere condannata a vivere tra le macerie del passato e le promesse del prossimo candidato. Ha diritto a conoscere, prima del voto, non soltanto chi vuole governarla, ma soprattutto come, con chi e per quale futuro.