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Paternò, il paradosso La Vardera, cambiare tutto per non cambiare niente?

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di Fabrizio Giannino


C’è un punto in cui la denuncia smette di essere coraggio e diventa comodo spettacolo. È esattamente lì che si colloca il passaggio di Ismaele La Vardera da Paternò, dentro un ossimoro perfetto, dove si invoca la rottura mentre si prepara, nei fatti, la restaurazione, anche quella inconsapevole.

Si alza la voce, si accendono i riflettori, si costruisce una narrazione potente. Ma la politica vera non è il palco. È ciò che resta quando il palco sparisce. E a Paternò, oggi, resta una domanda brutale, a chi serve davvero questo tour?

Perché qui non siamo in un contesto qualunque. Paternò arriva da uno scioglimento per mafia che ha devastato credibilità, istituzioni e coscienza collettiva. In un territorio così, la politica non può permettersi ambiguità, né distrazioni. Non può giocare su due tavoli, da un lato l’antimafia declamata, dall’altro il riavvicinamento, silenzioso ma evidente, di pezzi, sotto mentite spoglie, di quel sistema appena spazzato via dallo Stato che si dice di voler abbattere.

E invece accade. Mentre dal palco La Vardera colpisce la precedente amministrazione, sotto quel palco si riorganizzano quei superstiti. Volti noti, logiche note, dinamiche già viste. C’è chi marca il territorio, chi si riposiziona, chi è pronto a salire sul primo “taxi” utile per il solito riciclo politico. Cambiano le parole, i volti, ma non cambiano i protagonisti.

Questo è il punto politico, non narrativo, la rottura non si proclama, si pratica. E se nello stesso spazio convivono denuncia e reintegrazione, allora non siamo davanti a un’alternativa. Siamo davanti a una continuità mascherata. Il riciclo.

Denunciare senza cambiare nei fatti è sterile. Ma peggio ancora è denunciare mentre si lascia aperta la porta a chi ha contribuito al disastro, tramite gli alter ego. Così si alimenta esattamente quella sfiducia che ha già svuotato la città, che ha reso normale l’anomalia, che ha trasformato il degrado in abitudine. Così caro La Vardera non sei più credibile. E la credibilità non si può scambiare con i consensi che potrebbero arrivare.

Paternò non ha bisogno di nuove passerelle per nuovi ma vecchi protagonisti. Ha bisogno di una linea netta, di una classe dirigente diversa, competente e soprattutto incompatibile con il recentissimo passato. Ha bisogno di verità quando le telecamere si spengono, non di slogan quando si accendono.

L’antimafia non è un linguaggio. È una selezione. È una scelta di campo. È dire chiaramente, o meglio fare, chi può stare dentro e chi deve restare fuori. Se questo passaggio non produce una rottura reale, allora è solo rumore, e Paternò, questo rumore lo ha già pagato abbastanza.

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