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Paternò, il piano che arriva dopo il disastro, adesso basta ipocrisie

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“Forse ci siamo”. No, il punto è un altro, ci siamo già stati. E la politica fallito. Per diciotto anni. Il ritorno della pianificazione urbanistica a Paternò non è una conquista della politica, ma la certificazione del suo fallimento. Se oggi a guidare il processo sono i Commissari Straordinari, è perché chi doveva farlo, sindaci, giunte, consigli comunali, ha scelto deliberatamente di non decidere.

E qui sta il primo nodo, che Finocchiaro, nell’articolo pubblicato stamane [A Paternò si lavora per il PUG (ma senza la politica): i commissari straordinari battono diciotto anni di immobilismo], centra il tema senza giri di parole: “Abbiamo avuto troppo tempo per fare qualcosa e l’interesse prevalente, di tutte le lobby, era quello di non fare nulla, con malizia.” Non è immobilismo. È strategia. Non è incapacità. È convenienza.

Il teatrino della partecipazione (quando conviene)

Oggi si celebrano incontri, tavoli, questionari. Finalmente si parla di “comunità”, di “condivisione”, di “visione”. Bene. Ma dov’erano tutti quando il PRG era “scaduto, disatteso, storpiato e manipolato”A mettere le mani sulla città e concretizzare i propri interessi e che oggi si presentano come “verginelli farisaici”? 

La verità è che la partecipazione, a Paternò, è stata per anni una scenografia utile a legittimare decisioni già prese “nelle chiese” dell’urbanistica locale. Adesso invece diventa improvvisamente centrale. Perché? Perché il controllo è cambiato. Attenzione a non confondere la pseudo apertura con la redenzione.

Il PUG: occasione o ennesima farsa?

La legge urbanistica siciliana 19/2020 introduce il PUG, uno strumento più flessibile, più moderno, più strategico del piano regolatore. Ma Finocchiaro avverte: “È un’arma a doppio taglio, se non si coglie il senso della norma, si rischia di fare un buco nell’acqua.” Tradotto: con le stesse persone e le stesse logiche, anche lo strumento migliore diventa inutile. O peggio, pericoloso. Perché la flessibilità, in un sistema opaco, diventa discrezionalità. E la discrezionalità, a Paternò, ha sempre avuto un odore preciso.

Il grande imbroglio del “non sapere”

Uno dei passaggi più violenti del testo di Finocchiaro è questo: Abbiamo fatto finta di non sapere.Non è ignoranza. È omissione organizzata. Non si sapeva del patrimonio storico? Falso. Non si sapeva del valore ambientale? Falso. Non si sapeva del crollo demografico e del 24% di abitazioni abbandonate? Falso.

Si sapeva tutto. Ma non conveniva saperlo e farlo sapere. Perché un quadro conoscitivo serio avrebbe impedito le forzature, le varianti creative, spesso illegittime, le espansioni senza senso. Avrebbe tolto spazio alle solite operazioni opache.

Le lobby e l’ultima corsa al cemento E qui arriviamo al punto più attuale, e più scomodo.

Finocchiaro lo dice chiaramente: “La necessità di fermare le aspirazioni imprenditoriali di alcune lobby che vorrebbero assestare gli ultimi colpi.” Traduzione brutale: C’è chi vuole approfittare della transizione per fare gli ultimi affari.

Aree C1, zona Ardizzone (Nono comparto), nuovi supermercati, nuove abitazioni in una città che perde abitanti. È sviluppo? No. È accanimento: “Finte necessità, non confortate dalle analisi demografiche ed economiche.” Costruire dove non serve significa una sola cosa, peggiorare il declino e guadagnarci sopra.

La città dimenticata (e poi tradita)

Il piano del 2003-2008 avrebbe dovuto recuperare il centro storico, completare le periferie, valorizzare il sistema agricolo, rilanciare le aree produttive. Non si è fatto nulla di tutto questo. E oggi si riparte da zero, come se niente fosse accaduto. Come se non ci fossero responsabilità, utilità personali da ricercare. Ma la memoria non si può e non si deve cancellare. Finocchiaro invece le indica: “Un declino che ha padri e madri, nessuno è innocente.” Ed è qui che il dibattito deve smettere di essere tecnico e diventare politico. Perché il problema non è il piano. Sono le persone che lo hanno gestito e sabotato. Bisognerebbe però fare i nomi e gli interessi concretizzati.

Basta favole: o si cambia davvero, o è l’ennesima presa in giro

La verità è semplice, e scomoda. Paternò non ha solo bisogno di un nuovo piano. Ha bisogno di un nuovo comportamento collettivo.

Se il PUG servirà a fermare il consumo di suolo, recuperare l’esistente, a bloccare le operazioni speculative, restituendo una visione territoriale (dal Simeto all’Etna, da Catania alle aree interne) allora sarà una svolta.

Se invece diventerà l’ennesimo contenitore per interessi travestiti da sviluppo, decisioni oscure, scorciatoie urbanistiche, allora sarà solo l’ultimo capitolo di un fallimento lungo vent’anni.

Il tempo delle illusioni è finito. Adesso si vedrà chi vuole davvero cambiare la città e chi, ancora una volta, vuole solo usarla allo scopo esclusivo dell’arricchimento personale.

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