A Paternò non esistono soltanto le incompiute. Esistono le incompiute trasformate in sistema economici malversi. E la vicenda della ex stazione ferroviaria di San Marco è una delle fotografie più impietose di come certa politica locale abbia consumato decenni tra carte, incarichi, progettazioni alla solita “cumacca”, annunci, spese, mentre il territorio moriva pezzo dopo pezzo. Avere ottenuto 2,5 milioni di euro di finanziamento per l’opera non esime dalle responsabilità pregresse, dai peccati originali.
La ferrovia Motta–Regalbuto non era una linea qualsiasi. Era una infrastruttura economica strategica. Trasportava merci, agrumi, lavoro, connessioni. La stazione di San Marco rappresentava uno snodo fondamentale per l’economia del territorio etneo. Poi è arrivato il declino. Poi l’abbandono. Poi il silenzio istituzionale. Infine la chiusura definitiva nel 2007. E qui comincia il vero scandalo.
Perché mentre il territorio perdeva una infrastruttura decisiva, negli uffici pubblici comunali sembrava prosperare un altro traffico, quello delle progettazioni infinite, degli incarichi reiterati, delle consulenze, delle parcelle senza copertura finanziaria e dei progetti mai diventati opere.
Il punto politico devastante non è soltanto il degrado della stazione. È avere trasformato una potenziale infrastruttura pubblica in una filiera amministrativa, fin’ora, senza risultati concreti.
Per anni urbanisti, associazioni e tecnici hanno indicato una strada chiarissima, recuperare il tracciato ferroviario come asse di mobilità sostenibile, greenway, turismo lento, polo culturale e connessione tra Salinelle, patrimonio archeologico e centro urbano. Una visione moderna, europea, sostenibile. Una occasione enorme per Paternò. Ma la politica locale sembra avere scelto altro, la liturgia degli incarichi sine titolo, la politica delle carte, producendo solo economie per la “cumacca”.
Secondo quanto denunciato sulle nostre colonne, la vicenda sarebbe stata caratterizzata da incarichi tecnici affidati senza una reale prospettiva finanziaria, da parcelle milionarie rispetto ai risultati ottenuti e da procedure che oggi meritano piena trasparenza pubblica. Altre testate hanno parlato apertamente di compensi superiori a 80 mila euro per progetti relativi persino a immobili che all’epoca non risultavano nemmeno nella disponibilità comunale.
Ecco oggi l’intervento social della presidente di S.U.d.S Claudia Barcellona: «Ci si costituisce, quindi, in un’ associazione culturale : S.U.d.S. A.P.S.- Stazioni Unite del Simeto e si coinvolge l’ amministrazione comunale, all’ epoca guidata dal Sindaco Mangano, per iniziare un percorso finalizzato alla realizzazione di un polo culturale.
Il processo è proseguito sotto l’ amministrazione Naso, che ha portato avanti il progetto finanziato con il “bando periferie”, che oggi consente la conversione della Ex stazione San Marco in centro culturale e polo di aggregazione socio-educativo”.
Naturalmente eventuali responsabilità amministrative, contabili o erariali spettano agli organi competenti, alla Corte dei Conti. Ma politicamente il quadro è già devastante.
Perché qui emerge una delle malattie più gravi delle pubbliche amministrazioni passate, progettare senza costruire. Spendere senza realizzare. Produrre atti senza sviluppo. Adesso arriva come detto un finanziamento di 2,5 milioni di euro. Ma è proprio sul piano giuridico-contabile che emergono interrogativi inquietanti.
L’articolo 191 del TUEL è chiarissimo, un ente locale non può affidare incarichi senza preventiva copertura finanziaria e regolare, un impegno contabile risolto come debito fuori bilancio. Se l’incarico, quindi, viene affidato senza questi presupposti, l’irregolarità originaria non sparisce magicamente anni dopo solo perché arriva un finanziamento.
Questo è il nodo. La successiva copertura economica può rendere pagabile il debito. Può perfino stabilizzare contabilmente la spesa. Ma non cancella automaticamente eventuali violazioni iniziali. Non trasforma un affidamento irregolare in un atto immacolato. Non elimina automaticamente possibili responsabilità amministrative o valutazioni della Corte dei conti. Ed è qui che la politica dovrebbe smettere di nascondersi dietro i formalismi. Perché il problema non è solo tecnico. È soprattutto etico.
Mentre San Marco cadeva a pezzi aspettando la manna dal cielo, i giovani continuavano ad andare via; il territorio perdeva infrastrutture; il turismo restava inesistente; le Salinelle rimanevano senza valorizzazione seria; la mobilità sostenibile restava una parola vuota. Però le progettazioni continuavano. È questo il paradigma perfetto della Paternò delle incompiute, si finanzia il processo burocratico, non il risultato pubblico.
Oggi San Marco potrebbe ancora diventare il simbolo di una rinascita. Una greenway ferroviaria, un museo diffuso, un corridoio turistico, un asse culturale tra archeologia, ambiente e mobilità lenta. Le idee esistono da anni. Quello che è mancato è il coraggio di rompere il circuito perverso delle opere pensate per alimentare le procedure anziché lo sviluppo.
E allora la domanda politica diventa inevitabile, quanti soldi pubblici sono stati consumati attorno a San Marco senza produrre nulla? Quanti incarichi? Quante parcelle pagate come debiti fuori bilancio? Quante responsabilità politiche sono state coperte dal silenzio generale?
Perché il vero degrado non è stata la stazione abbandonata. Il vero degrado è stata una classe dirigente che troppo spesso ha trasformato la programmazione pubblica in una fabbrica permanente di incompiute. E di esempi in città ce ne sono tantissimi. Buona abbuffata.
Ecco la nostra rassegna stampa sull’argomento:
STAZIONE SAN MARCO: IL SILENZIO DELLA COMMISSIONE STRAORDINARIA È DISATTENZIONE O MENEFREGHISMO?
Paternò: Stazione San Marco, i Commissari non hanno colpe. Ma è l’ora di intervenire.
SCANDALO, GLI INCARICHI FARLOCCHI (?) SOMMESSAMENTE DOMANDIAMO
STAZIONE SAN MARCO: LO SCANDALO DEGLI SCANDALI … E ANCORA SI PERSEVERA