A Paternò la stagione del commissariamento non è soltanto una parentesi amministrativa. È, nel bene e nel male, un passaggio storico. Dopo lo scioglimento del Comune e l’insediamento della commissione straordinaria composta da Santi Giuffrè, Rosanna Mallemi e Gaetano D’Erba, la città vive una fase di “bonifica” istituzionale che dovrebbe riportare legalità, trasparenza e normalità amministrativa? Bho!
Ma la domanda che già circola nei palazzi, nei partiti, nei circoli professionali e nei quartieri popolari è una sola, che tutti si chiedono, chi sarà il prossimo sindaco di Paternò?
Il clima è cambiato. Dopo anni di scontri, trasformismi, personalismi e logiche di appartenenza, una parte consistente della città sembra stanca delle candidature costruite solo sulle alleanze elettorali o sulle correnti. Oggi il tema centrale è uno, credibilità di una guida. Paternò non ha bisogno soltanto di un “vince-elezioni”. Ha bisogno di una guida autorevole, competente, capace di parlare con istituzioni regionali e nazionali, ma anche di ricostruire fiducia dentro il Comune. Per questo i prossimi mesi saranno decisivi.
Nelle conversazioni politiche e civiche della città emergono diversi profili. Alcuni appartengono alla vecchia esperienza amministrativa, altri potrebbero rappresentare una rottura.
Nel centrodestra continuano a pesare figure storiche legate alla tradizione moderata e democristiana che per decenni ha governato la città. Famiglie politiche continuano ad avere relazioni, esperienza e capacità di interlocuzione? Il problema del centrodestra è capire se riproporre schemi già visti oppure aprire a una candidatura civica di alto profilo. Alcuni ambienti imprenditoriali e professionali spingono infatti per un candidato “tecnico-politico”, un amministratore competente, senza eccessiva esposizione nelle vecchie guerre cittadine.
Il centrosinistra paternese continua invece a soffrire una storica frammentazione. Potrebbe tentare la carta dell’unità attorno a un profilo civico, magari proveniente dal mondo delle professioni, della scuola o dell’associazionismo. Ma senza una leadership chiara rischia ancora una volta di arrivare diviso. E in una città sfiduciata verso la politica tradizionale, le divisioni si pagano doppio.
La vera novità potrebbe arrivare dalle liste civiche. Dai contenitori di idee, di visione. Molti cittadini oggi guardano con interesse a questo fuori dai partiti, dirigenti, professionisti, manager, medici, imprenditori puliti, persone che abbiano dimostrato capacità organizzativa e indipendenza. Perché il sentimento prevalente è chiaro, Paternò non vuole più essere terreno di sopravvivenza politica. Vuole tornare ad essere città guida del comprensorio etneo.
Se il criterio fosse realmente la meritocrazia, e non il peso delle clientele il prossimo sindaco dovrebbe possedere almeno cinque caratteristiche, esperienza amministrativa vera; autonomia dai gruppi di pressione; reputazione personale incontestabile. E soprattutto dovrebbe avere il coraggio di dire no. No alle pressioni. No ai favori. No agli equilibri costruiti sulle convenienze. Perché la città non può più permettersi ambiguità.
Il pericolo è che, finita la fase straordinaria, tutto torni esattamente come prima. Stessi protagonisti. Stesse logiche. Stessi gruppi. Stessi metodi. Sarebbe il fallimento più grave.
Perché questa fase straordinaria non serve a cambiare le targhe sulle porte del Comune. Serve a cambiare cultura amministrativa.
La prossima campagna elettorale a Paternò sarà probabilmente la più importante degli ultimi vent’anni. Non sarà soltanto una competizione tra candidati. Sarà uno scontro tra due idee di città, quella delle vecchie esperienze e quella della competenza, della legalità e della responsabilità pubblica.
E questa volta i cittadini avranno un compito decisivo, scegliere se voltare davvero pagina oppure limitarsi a cambiare interpreti lasciando intatto il sistema.