C’è un passaggio nell’articolo di Francesco Finocchiaro che probabilmente contiene il cuore di tutta la questione paternese, “L’anamnesi è il primo passo”. Non è solo una metafora medica. È una condanna politica. Perché una città sciolta per infiltrazioni mafiose non può permettersi il lusso della rimozione collettiva. Deve guardarsi dentro. E soprattutto deve smettere di raccontarsi bugie.
Paternò oggi sembra una comunità sospesa tra vergogna, rabbia e disincanto. Lo scioglimento del Comune non ha semplicemente interrotto una consiliatura, ha demolito un sistema di credibilità già fragile. Ha reso evidente ciò che molti intuivano da anni ma che quasi nessuno aveva il coraggio di affrontare fino in fondo, il problema non era soltanto amministrativo. Era culturale. Era relazionale. Era perfino antropologico.
Oggi si coglie bene questa sensazione di spaesamento diffuso. La città appare come un enorme contenitore politico aperto, dove improvvisamente tutti provano a reinventarsi. Tornano vecchi protagonisti con il lessico del rinnovamento. Emergono figure civiche che spesso sono semplicemente la continuazione mascherata di vecchi sistemi. Nascono movimenti, tavoli, aggregazioni, laboratori, consulte, reti, esperimenti. Una proliferazione quasi biologica. Ma il punto vero è un altro, chi ha davvero elaborato ciò che è accaduto? Perché il rischio più grave non è il ritorno dei singoli nomi. È il ritorno dei meccanismi, che finora questa gestione straordinaria non ha definitivamente demonizzato.
La politica paternese degli ultimi anni ha costruito un modello basato sulla prossimità personale più che sulla capacità amministrativa. Il favore ha sostituito il diritto. La fedeltà ha spesso prevalso sulla competenza. La mediazione è diventata sopravvivenza. E lentamente la città si è adattata a una normalità deformata, strade dissestate, servizi insufficienti, spazi pubblici impoveriti, assenza di visione strategica. Tutto tollerato finché il sistema reggeva emotivamente e clientelarmente. Poi il sistema è imploso.
E oggi la parte più interessante dell’analisi è proprio quella sulla confusione identitaria tra civismo e partitismo. Perché a Paternò il civismo è stato spesso usato come detergente elettorale, una mano di vernice neutra sopra appartenenze, interessi e gruppi di potere già esistenti. Ma anche i partiti tradizionali escono devastati da questa stagione, deboli, autoreferenziali, incapaci di selezionare classe dirigente vera.
La conseguenza è un fenomeno pericoloso, la politica liquida. Tutti parlano. Nessuno rappresenta davvero. Tutti promettono “ascolto”. Pochissimi producono elaborazione. E infatti la città vive un gigantesco vuoto di autorevolezza.
Non è un caso che si insista sul tema del curriculum e della competenza. In Sicilia questa parola viene spesso vissuta quasi come un’offesa. Come se pretendere preparazione amministrativa fosse elitario. E invece governare un Comune complesso non è improvvisazione social, non è popolarità da piazza, non è consenso costruito nei gruppi social o nelle dirette Facebook. Serve conoscenza della macchina pubblica, equilibrio istituzionale, autonomia morale e soprattutto capacità di reggere pressioni e condizionamenti.
La verità è che Paternò sta vivendo una crisi di fiducia radicale. E l’astensionismo crescente non è apatia, è sfiducia organizzata. La gente non crede più alle liturgie della politica locale. Non crede più alle alleanze improvvisate, ai salvatori dell’ultima ora, ai professionisti del trasformismo. È finita l’epoca in cui bastava il comizio, la parentela o il favore personale.
Ed è qui che il tema diventa quasi spietato, forse non servono giovani o vecchi, destra o sinistra, uomini o donne. Servono persone serie. Sembra una frase banale. In realtà è rivoluzionaria. Perché significa spostare il dibattito dalla rappresentazione alla sostanza. Dal marketing politico alla credibilità reale.
La domanda che aleggia su Paternò non è chi vincerà nel 2027 o 2028. La domanda vera è molto più dura, la città vuole davvero cambiare oppure vuole semplicemente trovare una versione più presentabile degli stessi equilibri? Perché senza un’anamnesi sincera, senza il coraggio di dire cosa non ha funzionato negli ultimi decenni, ogni terapia sarà solo cosmetica. E le macerie continueranno a essere coperte da fiorellini e pseudo bellezza delle campagne elettorali. Ma i cittadini, stavolta, sembrano aver capito qualcosa di essenziale, la normalità è diventata un lusso. E forse è proprio da qui che può ricominciare tutto.