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POLITICA SICILIANA, IL TEATRO DEL FALLIMENTO TRA DIRETTE SOCIAL, SCIOGLIMENTI E POLITICI SENZA STATURA. A PATERNÒ LA RISPOSTA ARRIVA DAI THINK TANK CIVICI

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In Sicilia non si fa più politica. Si fa sopravvivenza amministrativa. E, come in tutte le guerre di logoramento, i generali restano nelle retrovie mentre i fanti vengono mandati avanti a prendere le pallottole. Solo che qui le pallottole non sono metaforiche, si chiamano Corte dei Conti, Procura della Repubblica, danno erariale, abuso d’ufficio reinterpretato come corruzione, firme, determine, delibere, verbali e bilanci.

È una fotografia impietosa della politica siciliana che nessuno vuole davvero guardare fino in fondo. Perché è una fotografia scomoda, crudele, perfino umiliante. Ed è quella di consigli comunali trasformati in arene permanenti, amministrazioni ridotte a comitati elettorali, opposizioni che vivono solo di vendetta e maggioranze che sopravvivono contando teste come in un mercato del bestiame politico.

Nel frattempo, fuori dai palazzi, le città muoiono lentamente. La verità è che in troppi Comuni siciliani la politica non governa più. Galleggia. Tira a campare. Amministra emergenze che lei stessa ha contribuito a creare. E mentre i cittadini chiedono strade, servizi, sicurezza, sviluppo e visione, il ceto politico continua a consumarsi in una recita infinita fatta di dirette social, comunicati isterici, personalismi patologici e guerre tra bande travestite da dialettica democratica.

Il livello medio si è abbassato in modo drammatico. Un tempo, piaccia o no, nei Comuni esistevano figure politiche che avevano cultura amministrativa, peso istituzionale, persino rispetto del ruolo. Oggi troppo spesso assistiamo a personaggi convinti che amministrare una città equivalga a fare solo opposizione sui social o a collezionare qualche applauso al bar. Gente che parla di legalità senza aver mai letto un TUEL. Gente che urla contro il sistema e poi non sa distinguere una determina da una delibera. Gente che si sente statista per una diretta di trenta minuti che nessuno ascolta fino in fondo. E intanto i Comuni affondano.

La tragedia è che questa degenerazione non produce solo cattiva politica. Produce danni veri. Dissesti. Paralisi amministrative. Inchieste. Commissioni ispettive. Scioglimenti. E soprattutto produce una devastante perdita di fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Il caso di Paternò dovrebbe essere studiato nelle università come paradigma del fallimento della politica locale contemporanea. Uno scioglimento per mafia non arriva per caso. Non è un fulmine improvviso. È quasi sempre il punto finale di un deterioramento lungo anni, di assenza di anticorpi, debolezza culturale, connivenze ambientali, superficialità amministrativa, compromessi elevati a metodo politico. E dove ancora permane la classe burocratica compromessa col passato regime.

E attenzione, il problema non è soltanto la mafia nel senso classico del termine. Sarebbe persino troppo semplice. Il problema vero è il terreno fertile che certa politica crea. L’opacità. La dipendenza elettorale. La confusione tra consenso e potere personale. La trasformazione dei Comuni in feudi dove tutto diventa relazione, favore, appartenenza, amichettismo.

Quando una città perde il senso delle istituzioni, il rischio mafioso diventa quasi fisiologico. Ed è qui che entra in gioco un tema che molti politici tradizionali guardano con fastidio crescente, i contenitori civici di idee, i laboratori indipendenti, i think tank territoriali, le esperienze come City Lab. Perché realtà del genere rompono uno schema antico e malato, quello secondo cui la politica può esistere solo dentro i partiti tradizionali o dentro le cordate elettorali. No. Non basta più.

Le città hanno bisogno di sentinelle culturali prima ancora che elettorali. Hanno bisogno di luoghi dove si produca analisi, visione, controllo civico, proposta amministrativa. Luoghi liberi dal ricatto del voto immediato. Liberi dall’ossessione della candidatura. Liberi dalla prostituzione intellettuale che spesso domina la politica.

Ed è questo che terrorizza certi ambienti politici. Perché un think tank indipendente non chiede favori. Fa domande. Non cerca assessorati. Pretende competenza. Non distribuisce pacche sulle spalle. Analizza numeri, atti, bilanci, contraddizioni.

In Sicilia, purtroppo, chi studia viene spesso considerato più pericoloso di chi urla. Eppure il futuro delle città passerà inevitabilmente da qui. Dalla nascita di nuove classi dirigenti che non siano allevate soltanto nelle segreterie elettorali o nelle campagne clientelari. Servono competenze. Servono reti civiche. Servono laboratori permanenti di controllo democratico. Questa la prospettiva che ancora nessuno coglie in un mondo che è cambiato.

Perché il modello dell’uomo solo al comando, del ras locale, del capobastone elettorale che controlla tutto, dagli appalti alle candidature, ha devastato intere comunità. E la cosa più grave è che molti continuano a non capirlo.

Continuano a pensare che la politica sia una guerra personale e non un esercizio di responsabilità collettiva. Continuano a credere che vincere le elezioni equivalga automaticamente a saper governare. Continuano a circondarsi di fedelissimi incapaci invece che di persone competenti. Poi arrivano i commissari. Arrivano le relazioni ministeriali e nessuno ne coglie il significato pieno. Arrivano le inchieste. E improvvisamente tutti cadono dalle nuvole.

Ma le macerie istituzionali non nascono mai in una notte. Si costruiscono lentamente, nel silenzio, nell’arroganza, nell’improvvisazione elevata a metodo di governo. Ed è per questo che oggi la vera rivoluzione nei Comuni siciliani non può essere soltanto politica. Deve essere culturale. Perché senza una nuova cultura amministrativa, senza luoghi indipendenti di elaborazione e vigilanza civica, senza cittadini che tornino a pretendere qualità e serietà, i Comuni continueranno a oscillare tra propaganda, mediocrità e commissariamenti. Con una differenza, ogni volta sarà sempre più difficile rialzarsi.