
C’era una volta il giornalismo d’inchiesta. Quello che verificava le fonti, incrociava i dati, distingueva i fatti dai sospetti. Oggi, invece, troppo spesso basta un sussurro di corridoio, una velina ben confezionata e il solito titolo acchiappa-click per costruire il mostro del giorno. E se il bersaglio è il presidente dell’ARS Gaetano Galvagno, allora il circo mediatico è servito.
Oggi che perfino La Sicilia (che bene fa) parla di “quadro indiziario di incertezza”, viene spontanea una domanda, ma allora tutta questa gigantesca macchina del fango a cosa serviva davvero? Lotta politica? Molto probabile!
Perché ormai il copione è sempre lo stesso, qualcuno lancia il “retroscena”, qualcun altro lo amplifica, i professionisti dell’indignazione seriale fanno il resto. E così il sospetto diventa sentenza, l’allusione diventa prova, il pettegolezzo si traveste da informazione. Benvenuti nell’epoca dei corvi della stampa, quelli che non raccontano i fatti ma confezionano atmosfere tossiche su commissione.
Il problema non è la critica politica, sacrosanta in democrazia, ma la trasformazione di certa informazione in una clava. Non interessa più capire cosa sia realmente accaduto, interessa colpire, insinuare, delegittimare. E poco importa se nel frattempo si alimenta un processo mediatico costruito più sulle suggestioni che sulle evidenze.
Attorno a Galvagno si muove ormai una fauna prevedibile, gli oppositori dichiarati, i moralisti da salotto televisivo, i professionisti dell’antipatia personale e soprattutto quei nemici occulti che agiscono nell’ombra, il fuoco amico, usando pezzi di stampa come terminali politici. Perché diciamolo chiaramente: in Sicilia certe guerre non si combattono nelle urne ma tra i retroscenisti, nei dossier, nei “si dice”, nelle indiscrezioni fatte filtrare ad arte.
E allora ogni frase viene deformata, ogni fotografia reinterpretata, ogni incontro trasformato in complotto. Il giornalismo diventa sceneggiatura, con il colpevole già deciso prima ancora che esistano fatti concreti da raccontare.
Fa quasi sorridere vedere certi editorialisti, ma anche certi partiti, piuttosto che qualche politicante, atteggiarsi a custodi della morale pubblica dopo anni trascorsi a chiudere gli occhi davanti ai veri sistemi di potere. Oggi improvvisamente scoprono il rigore etico, ma solo quando il bersaglio è politicamente conveniente. Una selettività morale che farebbe arrossire perfino i più navigati strateghi della propaganda.
La verità è che una parte della stampa ha smesso di informare per iniziare a recitare. Non cronisti ma attori. Non analisti ma tifosi. E il risultato è un’informazione che perde credibilità ogni giorno di più, perché il lettore ormai riconosce la puzza della notizia costruita a tavolino.
Questo non significa santificare Galvagno o sottrarlo al confronto pubblico. Significa pretendere una regola semplice, prima i fatti, poi i processi che accertino la vera verità. Prima le prove, poi le condanne mediatiche. Perché quando il giornalismo rinuncia alla verifica e si consegna alla sensazionalità, smette di essere cane da guardia della democrazia e diventa soltanto megafono di interessi più o meno occulti.
E forse il vero dramma non è nemmeno l’attacco politico. Quello è fisiologico. Il vero dramma è vedere una parte dell’informazione ridursi a voliera di corvi, pronta a gracchiare contro il bersaglio del momento pur di strappare un titolo, un clic o l’applauso dei mandanti di turno.