
Per questo l’intervista concessa dal presidente dell’Ars Gaetano Galvagno a Mario Barresi su La Sicilia merita attenzione. Non solo per le risposte in sé, quanto perché arriva dopo mesi di silenzio, polemiche, indiscrezioni, inchieste giudiziarie e tensioni sotterranee che hanno attraversato la maggioranza regionale e lo stesso centrodestra siciliano.
È la prima volta da molto tempo che Galvagno sceglie di affrontare pubblicamente, in modo organico, quasi tutti i nodi che agitano la politica siciliana: il rapporto con Schifani, il futuro del centrodestra, le Regionali, le inchieste che lo riguardano, il ruolo di Fratelli d’Italia e persino il proprio destino politico. L’aspetto più interessante non è ciò che dice. È ciò che lascia intendere.
La coalizione che vince ma non convince
Galvagno descrive una maggioranza attraversata da divisioni, personalismi e rancori. Non usa mezzi termini quando ricorda il clima di odio seguito al suo famoso sms notturno e riconosce apertamente che il centrodestra siciliano sta vivendo una fase di logoramento interno. È una fotografia difficile da contestare.
La coalizione governa Regione, Parlamento e gran parte degli enti locali. Eppure da mesi trasmette l’immagine di un sistema più impegnato nelle guerre interne che nella costruzione di una visione condivisa.
La vera domanda che emerge dall’intervista è semplice, può una maggioranza continuare a vincere elezioni se perde progressivamente la capacità di apparire unita? La storia insegna che spesso i governi non vengono sconfitti dagli avversari ma dalle proprie contraddizioni.
Schifani bis? La risposta che non è una risposta
Il passaggio più politico dell’intervista riguarda Renato Schifani. Galvagno evita accuratamente sia l’incoronazione sia la bocciatura. Dice che l’eventuale candidatura dovrà essere decisa da Forza Italia e dagli equilibri nazionali della coalizione. Formalmente è una risposta diplomatica. Politicamente è molto di più.
Per la prima volta uno dei dirigenti più importanti di Fratelli d’Italia in Sicilia non pronuncia un sostegno automatico al governatore uscente. Non apre una crisi, ma lascia intendere che la partita del 2027 è tutt’altro che chiusa. In politica le parole contano. Ma contano ancora di più le parole che non vengono pronunciate.
Il convitato di pietra: De Luca
Tra le righe compare continuamente Cateno De Luca. Galvagno lo considera il vero elemento di disturbo del sistema politico siciliano. Non perché possa vincere da solo, ma perché potrebbe alterare gli equilibri tradizionali del centrodestra. Il ragionamento è chiaro, se De Luca dovesse diventare competitivo, molti calcoli andrebbero rifatti. È una valutazione realistica. Da anni la politica siciliana vive una crisi di rappresentanza che favorisce figure capaci di interpretare rabbia, protesta e antipolitica. De Luca ha costruito il proprio consenso esattamente su questo terreno.
L’inchiesta e il peso dell’ombra giudiziaria
Galvagno affronta poi il tema più delicato: l’indagine che lo riguarda. Rivendica la caduta dell’accusa di corruzione e sostiene che resta una contestazione relativa a un presunto peculato di importo modesto rispetto al clamore mediatico generato. È una linea difensiva comprensibile.
Ma la politica contemporanea vive una contraddizione evidente: anche quando non arrivano condanne, il semplice sospetto può produrre effetti devastanti sull’immagine pubblica. Qui emerge uno dei grandi limiti della politica italiana. Da una parte esiste il principio sacrosanto della presunzione di innocenza. Dall’altra esiste il processo mediatico, che spesso emette sentenze molto prima delle aule giudiziarie. Galvagno sembra voler combattere proprio questa seconda battaglia.
Fratelli d’Italia cerca il dopo-Meloni siciliano
L’altro tema centrale riguarda Fratelli d’Italia. L’impressione è che il partito stia entrando in una fase nuova. Per anni la crescita è stata trainata dall’effetto Giorgia Meloni. Oggi si apre il problema della classe dirigente territoriale, della selezione dei gruppi dirigenti e della costruzione di una leadership siciliana stabile.
Galvagno, che rappresenta la generazione politica più giovane arrivata ai vertici delle istituzioni regionali, si candida implicitamente a essere uno degli interpreti di questa fase. Non necessariamente il candidato presidente del futuro. Ma certamente uno degli uomini chiamati a determinarlo.
La questione generazionale
È forse il punto più interessante dell’intervista. Galvagno ha 40 anni e presiede il Parlamento più antico d’Europa. La sua stessa figura racconta una contraddizione della Sicilia, una terra che invoca il cambiamento ma continua spesso ad affidarsi agli stessi gruppi dirigenti. Il ricambio generazionale non può essere un fatto anagrafico. Non basta essere giovani. Bisogna rappresentare una cultura politica diversa. Bisogna saper rompere con i vecchi schemi clientelari.Bisogna costruire una politica capace di produrre risultati e non soltanto consenso. Su questo terreno si giocherà una parte importante del futuro dell’isola.
La Sicilia che manca
L’ultima riflessione nasce proprio dalla conclusione dell’intervista.
Quando Galvagno parla di visione, di infrastrutture, di province, di aree interne e di programmazione, individua inconsapevolmente il vero problema della politica siciliana.
Tutti discutono di candidature. Pochi discutono della Sicilia del 2030. Tutti ragionano sulle alleanze. Pochi spiegano quale modello economico vogliono costruire. Tutti parlano di leadership. Pochi parlano di obiettivi. Per questo l’intervista è importante. Perché segna il ritorno sulla scena pubblica di uno dei protagonisti della politica regionale e, allo stesso tempo, mette in evidenza il vuoto che ancora esiste nel dibattito siciliano.
La vera partita non sarà decidere chi guiderà la Regione tra un anno o due. La vera partita sarà capire se la Sicilia riuscirà finalmente a discutere del proprio futuro con la stessa intensità con cui discute dei propri protagonisti. E su questo terreno, oggi, nessuno può ancora dirsi vincitore.