Tra festini celebrati come eventi storici e fotografie sui social, resta una domanda, cosa rimane quando si spengono le luci?

A Ragalna il simbolo del grande dibattito sul futuro non è un’opera faraonica incompiuta, non è un aeroporto mai costruito, non è un ponte sospeso tra promesse e realtà. È molto più piccolo. È una tazzina di caffè. Perché a volte sono proprio le cose semplici a raccontare quello che mille comunicati istituzionali non riescono a nascondere.
Un paese può definirsi turistico quanto vuole, può riempire volantini con parole affascinanti, può raccontarsi come perla dell’Etna, balcone naturale, luogo delle meraviglie. Ma poi arriva la domanda più banale del mondo, dopo una passeggiata, dove ci fermiamo? E lì la poesia incontra la realtà. Ragalna sembra essere diventata il paese del “potrebbe essere”.
Potrebbe essere una piccola eccellenza etnea. Potrebbe essere un borgo vivo tutto l’anno. Potrebbe essere un laboratorio di turismo sostenibile. Potrebbe trattenere giovani, idee, investimenti. Potrebbe … ma non è.
Una parola bellissima, ma anche comodissima. Perché permette di raccontare il futuro senza dover fare troppo i conti con il presente. Nel frattempo la macchina della celebrazione procede puntuale. Ogni evento diventa memorabile.Ogni serata diventa straordinaria. Ogni appuntamento diventa un successo senza precedenti.
Manca solo che venga inaugurato il taglio del nastro del taglio del nastro. Perché ormai la vera specialità di certa politica sembra essere questa, trasformare la normalità in impresa epica.
Una festa non è più una festa: è “rilancio del territorio”. Un concerto non è più un concerto: è “strategia turistica”. Una serata con qualche foto diventa quasi un nuovo Rinascimento. Poi però arriva il giorno dopo.
Il palco viene smontato. Le sedie tornano nei depositi. I like sui social rallentano. E il paese resta lì, con le stesse domande. Dov’è la programmazione? Dov’è una visione economica? Dov’è una strategia capace di trasformare la bellezza naturale in lavoro?
Perché il turismo non nasce con una locandina ben fatta. Nasce con servizi, investimenti, attività, accoglienza, idee. Nicolosi e altri comuni etnei non sono diventati punti di riferimento perché qualcuno ha scritto “turismo” in un comunicato. Lo sono diventati costruendo nel tempo un sistema riconoscibile. Ragalna invece sembra ancora ferma davanti allo specchio ad ammirare la propria bellezza naturale.
Il problema è che il merito del panorama non appartiene alla politica. L’Etna c’era già. Il paesaggio c’era già. La posizione privilegiata c’era già. Madre Natura ha consegnato un capitale enorme.
La domanda è cosa ne hanno fatto? Perché amministrare non significa organizzare qualche serata, tra l’altro di non pregevole valore, per dire che il paese è vivo. Amministrare significa creare le condizioni perché sia vivo anche quando non c’è un microfono acceso, una foto da pubblicare, piuttosto che un selfie, o un applauso effimero da raccogliere.
Ragalna non ha bisogno di essere intrattenuta. Ha bisogno di essere costruita. E forse il giorno in cui un semplice caffè tornerà a essere una cosa normale, e non il simbolo di una riflessione sul declino, potremo dire che qualcosa è davvero cambiato. Fino ad allora resterà la grande incompiuta dell’Etna. Un paese dormitorio con un panorama da cartolina. Ma una cartolina, da sola, non fa turismo, non fa sviluppo.