
Ci chiedono di commentare il voto sulle preferenze. Malvolentieri ma non ci tiriamo indietro.
L’emendamento che proponeva di reintrodurre le preferenze nella legge elettorale è stato respinto per un solo voto. Un margine minimo che, tuttavia, pesa come un macigno sul dibattito democratico.
Dopo oltre trent’anni di liste bloccate, si è persa l’occasione di restituire ai cittadini quel potere di scelta potere che nel tempo è stato progressivamente trasferito ai vertici dei partiti. Oggi, infatti, la gran parte dei parlamentari non viene scelta direttamente dagli elettori, ma è il risultato delle decisioni prese dalle segreterie politiche. Così aumenta l’astensionismo e la disaffezione.
La presidente del Consiglio non ha nascosto la propria amarezza: «Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude. Abbiamo provato a reintrodurre le preferenze nella legge elettorale dopo più di 30 anni di liste bloccate. Abbiamo chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto. Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione. L’emendamento è stato respinto per un solo voto. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci. La scena dell’opposizione che esulta come se avesse vinto un Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari dice tutto.»
Parole dure, che contengono anche un’ammissione politica non secondaria, nella stessa maggioranza qualcuno ha scelto di non sostenere la riforma. Ed è proprio questo il punto che merita una riflessione.
Da quasi quattro anni il centrodestra dispone di una solida maggioranza parlamentare.Se davvero la reintroduzione delle preferenze rappresentava una priorità politica, la domanda sorge spontanea, perché non è stata approvata?
Il voto segreto può certamente favorire i franchi tiratori, ma non può diventare l’alibi per nascondere una realtà evidente, dentro la maggioranza esiste una parte del Parlamento che non vuole le preferenze. Ha paura del giudizio popolare.
E non è difficile comprenderne le ragioni.Le preferenze restituiscono potere agli elettori e lo sottraggono alle segreterie di partito. Con le liste bloccate è il leader a decidere chi entrerà in Parlamento. Con le preferenze decide il cittadino. Sono due modelli profondamente diversi di rappresentanza.
Da oltre trent’anni il Parlamento italiano è composto in larga misura da parlamentari “nominati”. Persone che devono la propria elezione più alla fedeltà verso il gruppo dirigente che al consenso costruito sul territorio. Questo meccanismo ha modificato profondamente il rapporto tra eletti ed elettori.
Molti parlamentari rispondono prima al partito che agli italiani. La carriera politica dipende più dalla collocazione nelle liste che dalla capacità di convincere gli elettori.
È una trasformazione che ha contribuito ad alimentare la sfiducia verso le istituzioni. Non si tratta di mettere in discussione la legittimità giuridica degli eletti, ma di interrogarsi sulla qualità del rapporto democratico tra rappresentanti e rappresentati.
A rendere ancora più acceso il confronto sono arrivate le dichiarazioni delle opposizioni: «Siamo da sempre a favore delle preferenze. E riteniamo una vergogna che a scrutinio segreto i parlamentari della destra abbiano bocciato un emendamento che migliorava la pessima legge elettorale. A questo punto però il dato di fatto è semplice: la maggioranza non c’è più. Meloni vada al Quirinale subito e si dimetta. Non ha la fiducia del popolo e oggi ha perso anche quella del palazzo. Noi prendiamo un impegno: nessun inciucio, nessun governo tecnico. Si vada subito al voto: restituiamo la parola ai cittadini, con questa legge elettorale. Si voti a settembre, come già si è fatto quattro anni fa, e vediamo chi ha paura davvero del giudizio degli italiani.» Ipocrisia pura.
Le opposizioni ribaltano quindi la lettura della vicenda, non contestano il principio delle preferenze, ma attribuiscono la responsabilità della bocciatura ai franchi tiratori della maggioranza, sostenendo che il governo non sarebbe più compatto.
È una chiave di lettura politicamente comprensibile, ma che lascia aperta una contraddizione. Se davvero tutte le forze di opposizione sono “da sempre favorevoli alle preferenze”, resta il fatto che, secondo la ricostruzione fornita dalla presidente del Consiglio, hanno scelto il voto segreto e hanno votato contro l’emendamento. Le dinamiche parlamentari e le letture politiche divergono, ma il risultato finale non cambia, la riforma non è passata.
Chi ha paura delle preferenze? Perché in una democrazia matura dovrebbe far paura lasciare agli elettori la possibilità di scegliere il proprio parlamentare?
Le preferenze comportano certamente rischi, campagne elettorali più costose, competizione interna ai partiti, possibili fenomeni clientelari. Ma offrono anche un elemento essenziale della rappresentanza democratica, la responsabilità diretta dell’eletto verso chi lo vota.
L’emendamento è stato respinto per un solo voto. Bastava un parlamentare in più. È difficile immaginare una fotografia più efficace della fragilità politica di questo tema.
Al di là delle reciproche accuse tra maggioranza e opposizione, la sensazione è che il sistema politico, nel suo complesso, continui a mostrare una forte resistenza a rinunciare al controllo esercitato attraverso le liste bloccate. Perché un parlamentare scelto dagli elettori è inevitabilmente più autonomo. Un parlamentare nominato, invece, sa bene da chi dipende la propria ricandidatura.
Ed è proprio qui che si gioca la differenza tra una democrazia in cui i cittadini scelgono i propri rappresentanti e una in cui, troppo spesso, i rappresentanti vengono scelti prima dai partiti e solo dopo sottoposti al voto degli italiani. Con l’aggravante che per le elezioni comunali, per quelle regionali, per quelli europee, il sistema elettorale è basato sulle preferenze. Perché per quelle nazionali invece no? Meditate, meditate!
P.S. – Il termine “cialtrone” indica una persona poco seria, inaffidabile e priva di correttezza. Più nello specifico, definisce chi agisce con sciatteria e menefreghismo, trascurando i propri doveri lavorativi o sociali e mostrando una marcata maleducazione. [Treccani]