
L’idea di abolire l’elezione diretta del Presidente della Regione Siciliana non è soltanto una proposta di riforma istituzionale. È soprattutto il segnale di una difficoltà più profonda della politica siciliana, quella di interrogarsi sulle ragioni delle proprie inefficienze e sulle soluzioni realmente necessarie.
La nota dell’europarlamentare Ruggero Razza pone una questione centrale, se un sistema istituzionale mostra dei limiti, bisogna correggerlo oppure superarlo tornando al modello precedente?
La proposta avanzata da alcuni esponenti del Partito Democratico siciliano sembra scegliere la seconda strada, sostenendo che l’elezione diretta del presidente della Regione non abbia prodotto i risultati attesi.
Questa è la tesi di chi propone l’abolizione del sistema attuale, il presidenzialismo regionale non avrebbe garantito maggiore stabilità né una migliore capacità di governo. Il dato più evidente è che, mentre in altre regioni italiane si discute della possibilità di un terzo mandato per i governatori, in Sicilia nessun presidente è riuscito finora a completare due mandati consecutivi. Un elemento che impone una riflessione seria sul funzionamento delle istituzioni regionali.
Tuttavia, questa lettura rischia di confondere le cause con gli effetti. L’elezione diretta non ha certamente risolto tutti i problemi della politica siciliana, ma non era nata con l’obiettivo di cancellare ogni fragilità del sistema. Il suo scopo principale era un altro: restituire ai cittadini un ruolo centrale nella scelta della guida della Regione e creare un rapporto più chiaro tra consenso elettorale e responsabilità politica.
La controtesi è che tornare al passato non rappresenterebbe necessariamente un passo avanti. La storia istituzionale della Sicilia precedente all’elezione diretta non è stata caratterizzata da una particolare stabilità o da una maggiore efficacia amministrativa. Al contrario, ha spesso raccontato governi condizionati dalle dinamiche interne ai partiti, maggioranze costruite attraverso complessi equilibri parlamentari, crisi politiche e una crescente distanza tra cittadini e istituzioni.
Abolire l’elezione diretta rischierebbe quindi di riportare al centro quei meccanismi di mediazione politica che in passato hanno alimentato sfiducia e disaffezione. Il rischio sarebbe quello di sostituire una responsabilità visibile, affidata al presidente scelto dagli elettori, con una responsabilità più frammentata e meno facilmente individuabile.
Questo non significa difendere l’attuale sistema senza riserve. Le difficoltà esistono e vanno affrontate. Ma la soluzione, più che ridurre il peso della scelta popolare, dovrebbe essere quella di rafforzare gli strumenti di trasparenza e responsabilità all’interno delle istituzioni regionali.
In questa prospettiva, alcune delle proposte richiamate da Razza meritano attenzione, l’abolizione del voto segreto nelle deliberazioni dell’Assemblea regionale e l’introduzione di un autentico rapporto fiduciario tra Parlamento e governo siciliano potrebbero contribuire a rendere più chiari i rapporti tra maggioranza, opposizione ed esecutivo. L’obiettivo dovrebbe essere impedire che le crisi politiche maturino nell’opacità e responsabilizzare maggiormente chi assume decisioni pubbliche.
Queste riforme, naturalmente, non rappresentano una soluzione automatica a ogni problema. Ma seguono una direzione diversa rispetto all’abolizione dell’elezione diretta, non riducono il ruolo dei cittadini, bensì cercano di rendere più trasparenti e funzionanti le istituzioni che essi eleggono.
La conclusione del dibattito, dunque, non dovrebbe essere una scelta tra difendere l’esistente o tornare al passato. La vera domanda è quale modello di democrazia si vuole costruire per la Sicilia, un sistema nel quale gli elettori restano protagonisti della scelta politica oppure uno nel quale il loro voto apre soltanto una fase successiva, interamente affidata alle dinamiche dei palazzi.
Le riforme istituzionali non dovrebbero nascere dalla delusione per una stagione politica o dalla convenienza del momento. Dovrebbero avere un obiettivo più ambizioso, migliorare la qualità della democrazia, aumentare la responsabilità degli eletti e restituire credibilità alle istituzioni.
Se davvero si vuole rendere più efficace il governo della Sicilia, la strada non sembra essere quella di togliere ai cittadini il potere di scegliere, ma quella di pretendere maggiore trasparenza e maggiore responsabilità da chi quella scelta è chiamato a rappresentarla. Perché, nelle istituzioni come nella politica, tornare indietro raramente significa andare avanti.