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Politica

CATANIA SOTT’ACQUA, LA POLITICA ALL’ASCIUTTO

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CATANIA, ALLA PRIMA BOMBA D’ACQUA LA CITTÀ VA IN TILT
Strade trasformate in fiumi, traffico paralizzato, negozi costretti a difendersi dall’acqua. Non è più soltanto maltempo: è una fragilità strutturale che Catania si porta dietro da decenni.

Basta una mattina di pioggia intensa e Catania ricomincia da capo.

L’acqua invade le strade, i tombini entrano in sofferenza, alcune arterie diventano torrenti, il traffico si blocca, automobilisti e motociclisti si trovano a fare i conti con vere e proprie trappole d’acqua e i commercianti tornano a spingere fuori dai propri locali ciò che la città non riesce a smaltire.

È successo ancora il 26 settembre 2026, quando una bomba d’acqua ha colpito il capoluogo etneo provocando allagamenti in diversi punti della città. Via Etnea è apparsa come un fiume, piazza Carlo Alberto e la zona della Fiera sono finite sott’acqua, mentre criticità sono state segnalate anche sul lungomare e in altre importanti arterie cittadine. Perché ogni volta che piove forte Catania sembra impreparata?

  • IL PROBLEMA NON È NATO IERI

Qui sta il punto. Non siamo davanti a un fenomeno nuovo. La fragilità idraulica dell’area catanese è documentata da decenni. Uno studio geologico dell’ISPRA evidenzia come l’intensa antropizzazione del territorio, l’inadeguatezza di parte delle reti di smaltimento delle acque e l’incompletezza delle opere realizzate abbiano contribuito storicamente alla vulnerabilità dell’area.

Catania, insomma, conosce il problema. Lo conosce da anni. Conosce le zone più vulnerabili. Conosce i punti nei quali l’acqua tende a concentrarsi. Conosce i limiti della rete. Conosce la questione delle acque provenienti dalle aree pedemontane. Eppure, quando arriva il temporale, la scena tende a ripetersi.

  • IL CANALE DI GRONDA: QUARANT’ANNI DOPO

C’è poi una parola che torna ciclicamente nel dibattito: canale di gronda. Un’infrastruttura pensata proprio per intercettare e convogliare le acque provenienti dai territori a monte, evitando che una parte consistente del deflusso finisca per scaricarsi sulla città. Ma anche questa storia è diventata emblematica.

Secondo una recente ricostruzione il progetto ha accumulato circa 40 anni di ritardi e, secondo gli esperti citati, anche il suo completamento potrebbe non essere sufficiente, da solo, a risolvere l’intero problema degli allagamenti.  È qui che Catania deve smettere di raccontarsi la favola dell’intervento risolutivo. Perché probabilmente non esiste una bacchetta magica. Esiste invece la necessità di un sistema complessivo: collettori, rete fognaria, gestione delle acque bianche, manutenzione, opere a monte, urbanistica e programmazione territoriale.

  • CADITOIE: LA SOLITA SCUSA NON BASTA

Ogni volta che piove, inevitabilmente, parte la caccia al tombino ostruito. La manutenzione delle caditoie è certamente importante. E infatti, dopo gli ultimi allagamenti, è stato nuovamente sollevato il tema della pulizia e dello spurgo preventivo della rete. Ma ridurre tutto alla pulizia dei tombini rischia di essere una semplificazione.

Lo stesso sindaco Enrico Trantino, in occasione dei precedenti episodi di allagamento, aveva sostenuto che in alcune delle zone maggiormente colpite il problema non fosse riconducibile semplicemente alle caditoie ostruite, indicando invece criticità nel convogliamento delle acque provenienti da alcune arterie e nel collegamento con il sistema dei collettori. E allora bisogna avere il coraggio di dirlo, pulire un tombino è manutenzione. Risolvere il problema idraulico di Catania è un’altra cosa.

  • LA CITTÀ NON PUÒ VIVERE ALLA GIORNATA

Il problema riguarda la sicurezza dei cittadini, la mobilità, le attività commerciali e la capacità stessa della città di funzionare durante gli eventi meteorologici intensi. E soprattutto riguarda una domanda di programmazione. Perché se sappiamo che esistono punti critici, perché non arrivare all’autunno con un piano straordinario già completato? Perché le opere strutturali procedono così lentamente? Perché una questione conosciuta da decenni continua a essere trattata, troppo spesso, come un’emergenza del momento?

E ancora, quanto costa ogni anno non risolvere il problema? Perché il costo non è soltanto quello delle opere che devono essere realizzate. C’è il costo dei danni. Quello delle attività commerciali che devono fronteggiare l’acqua. Quello del traffico paralizzato. Quello delle ore di lavoro perdute. Quello dei mezzi di soccorso impegnati negli interventi.

E soprattutto c’è il costo, che non può essere quantificato a posteriori, di una città che diventa vulnerabile ogni volta che il cielo decide di scaricare su Catania una quantità significativa di pioggia.

  • BASTA ASPETTARE LA PROSSIMA BOMBA D’ACQUA

Il vero paradosso è che ogni temporale produce lo stesso copione. Piove. Catania si allaga. Si contano i danni. Si cercano le responsabilità. Si annunciano interventi. Si parla di progetti. Poi torna il sole. E il problema torna nel cassetto. Fino alla prossima bomba d’acqua.

Ma una città moderna non può affidare la propria sicurezza alla speranza che il prossimo temporale sia meno intenso. Catania ha bisogno di un piano organico per le acque, costruito con competenze tecniche, risorse certe, cronoprogrammi pubblici e responsabilità precise.

Non servono soltanto dichiarazioni dopo l’allagamento. Servono risposte prima dell’allagamento. Perché ormai il problema non è capire se Catania possa finire nuovamente sott’acqua. La storia recente dimostra che può succedere. QUANTE ALTRE VOLTE DOVRÀ SUCCEDERE PRIMA CHE QUALCUNO DECIDA DI RISOLVERE DAVVERO IL PROBLEMA?