
Dalla sicurezza nazionale al degrado urbano, il nodo dell’immigrazione interroga le democrazie europee. Accoglienza senza controllo, integrazione senza regole e radicalismo religioso: dove finiscono la solidarietà e i diritti e dove comincia la responsabilità dello Stato?
di Marco Santoro e Giulia Bianchi* –
C’è una domanda che attraversa le nostre città , entra nelle conversazioni quotidiane, alimenta il dibattito politico e mette in difficoltà governi di ogni orientamento. Fino a che punto si può sostenere flussi migratori senza compromettere la propria capacità di garantire sicurezza, coesione sociale e rispetto delle regole?
È una domanda legittima. Non può essere liquidata come una manifestazione di intolleranza, né può essere trasformata in un pretesto per attribuire a intere comunità responsabilità individuali. Richiede risposte, dati, politiche pubbliche e una dose di realismo che troppo spesso manca nella discussione politica.
Il problema migratorio, infatti, non è uno soltanto. Comprende la gestione delle frontiere, il diritto d’asilo, il contrasto alla tratta degli esseri umani, la sicurezza urbana, l’inserimento lavorativo, la radicalizzazione estremista e la capacità dei territori di assorbire nuovi residenti senza compromettere servizi pubblici già sotto pressione. Confondere tutto in un’unica emergenza impedisce di comprendere il fenomeno. Fingere che questi problemi non esistano, però, non li risolve.
- TERRORISMO: UNA MINACCIA REALE, MA NON UNA COLPA COLLETTIVA
Gli attentati jihadisti che hanno colpito l’Europa negli ultimi anni hanno dimostrato che il terrorismo costituisce una minaccia concreta. Le analisi di Europol continuano a segnalare il pericolo rappresentato dall’estremismo jihadista, comprese le reti transnazionali e la radicalizzazione di persone cresciute negli stessi Paesi europei.
È un elemento fondamentale, il rischio terroristico può coincidere automaticamente con l’immigrazione irregolare? Alcuni attentatori sono arrivati dall’estero, altri erano cittadini europei. I percorsi di radicalizzazione sono diversi e richiedono indagini, prevenzione e cooperazione fra le forze di sicurezza. La distinzione non è una concessione ideologica. È una necessità operativa.
Se un individuo presenta collegamenti con organizzazioni terroristiche, pianifica attentati o sostiene concretamente la violenza, lo Stato deve intervenire con gli strumenti previsti dalla legge. Se emergono reti di reclutamento, finanziamento o propaganda jihadista, devono essere individuate e contrastate. Ma la religione professata, la nazionalità o l’origine geografica, da sole, possono dimostrare la pericolosità di una persona?
La sicurezza si costruisce individuando le minacce effettive, non creando categorie indistinte di sospetti. E si costruisce anche attraverso controlli efficaci sulle frontiere, verifiche d’identità, scambio di informazioni e procedure tempestive nei confronti di chi rappresenta un pericolo concreto. La libertà non può essere ostaggio del terrorismo. Ma la paura del terrorismo può diventare una giustificazione per rinunciare allo Stato di diritto?
- L’IMMIGRAZIONE IRREGOLARE E IL CONTROLLO DELLE FRONTIERE
Il secondo nodo riguarda la capacità degli Stati di decidere chi entra, a quali condizioni e secondo quali procedure. Nel 2024, secondo l’ISTAT, l’Italia ha registrato circa 435.000 immigrazioni dall’estero, considerando i trasferimenti di residenza rilevati dalle statistiche demografiche. Si tratta di un dato che comprende persone di cittadinanza italiana e straniera e che non equivale al numero degli sbarchi o degli ingressi irregolari. Nello stesso anno, oltre 3,8 milioni di cittadini non comunitari risultavano titolari di un permesso di soggiorno regolare in Italia. Le domande di asilo presentate sono state 151.120.
Sono numeri che descrivono fenomeni differenti e che non possono essere sommati o utilizzati indistintamente. Ma mostrano la complessità di una gestione che coinvolge amministrazioni centrali, prefetture, comuni, servizi sociali e forze dell’ordine.
Un Paese democratico ha il diritto e il dovere di controllare le proprie frontiere. Deve identificare chi arriva, esaminare le richieste di protezione internazionale, contrastare i trafficanti e garantire procedure rapide e rispettose della legge. L’alternativa non è fra frontiere aperte senza regole e chiusura assoluta. È fra una politica migratoria governata e una gestione che rischia di lasciare spazio all’improvvisazione, ai trafficanti e al disagio sociale.
- LE CITTÀ: QUANDO LA PERCEZIONE DELL’ABBANDONO DIVENTA UNA QUESTIONE POLITICA
C’è poi la dimensione che i cittadini incontrano ogni giorno, le strade, le piazze, le stazioni, i quartieri popolari.
In diverse realtà urbane, il dibattito sull’immigrazione si intreccia con problemi di spaccio, microcriminalità, occupazioni abusive, marginalità, sfruttamento del lavoro e difficoltà di accesso ai servizi. In alcuni contesti, i residenti denunciano un peggioramento della vivibilità e una presenza insufficiente delle istituzioni.
Il punto politico resta, un cittadino deve poter attraversare la propria città senza paura, trovare strade curate, utilizzare gli spazi pubblici e sapere che le regole valgono per tutti.
Se un’area urbana diventa teatro di spaccio, intimidazioni o violenze, l’amministrazione non può limitarsi a invocare la complessità sociale. Deve intervenire. Se una comunità locale vive in condizioni di sovraffollamento, povertà o esclusione, occorrono politiche capaci di affrontare anche le cause del problema.
La sicurezza non si garantisce soltanto con le pattuglie. Ma senza il rispetto della legge, la presenza delle istituzioni e la certezza delle conseguenze nessuna politica d’integrazione può funzionare.
- L’INTEGRAZIONE NON PUÒ ESSERE UN OBBLIGO SOLTANTO PER CHI ACCOGLIE
Per anni, in una parte del dibattito pubblico, l’integrazione è stata trattata come un processo quasi automatico, una persona arriva, trova un lavoro e, con il passare del tempo, entra naturalmente nella società.
La realtà è più complessa. L’integrazione richiede opportunità, ma anche responsabilità. Conoscere la lingua, rispettare le leggi, garantire la frequenza scolastica dei figli, accettare l’uguaglianza fra uomini e donne e riconoscere la libertà di coscienza sono elementi essenziali della partecipazione alla vita comune.
Non può esserci integrazione se si tollerano quartieri separati dalla vita civile, lavoro nero, sfruttamento o organizzazioni che esercitano un controllo intimidatorio sulle persone. Ma non può esserci neppure integrazione se si considera uno straniero permanentemente estraneo, indipendentemente dal suo comportamento, dal suo lavoro e dal suo contributo alla comunità.
Il criterio deve essere chiaro: stessi diritti fondamentali, stessi doveri civici e nessuna tolleranza verso chi pretende di imporre la propria volontà attraverso la violenza o l’intimidazione.
- IL RADICALISMO RELIGIOSO E LA DIFESA DEI VALORI EUROPEI
Il problema diventa ancora più delicato quando si parla di estremismo religioso. Le democrazie europee devono difendere la libertà di culto, ma non possono permettere che questa libertà venga utilizzata per giustificare la violenza, l’antisemitismo, la subordinazione delle donne o la negazione dei diritti altrui.
Il radicalismo islamista va affrontato per ciò che è, un progetto politico-religioso che, nelle sue forme estremiste, mira a imporre una visione autoritaria della società e può alimentare la legittimazione del terrorismo. Non tutti i musulmani sono islamisti. Non tutti gli islamisti sostengono il terrorismo. E non ogni pratica religiosa musulmana rappresenta una minaccia per l’ordinamento europeo.
L’Europa deve essere ferma sulla laicità delle istituzioni, sulla libertà di espressione, sulla parità giuridica e sul rispetto della legge. Questi principi non sono negoziabili. Ma devono valere per tutti, qualunque sia la fede professata.
- LA POLITICA DEVE USCIRE DALLA TRAPPOLA DEGLI SLOGAN
Il dibattito migratorio è diventato spesso una contrapposizione fra due semplificazioni. Da una parte, chi considera ogni richiesta di controllo delle frontiere una manifestazione di ostilità verso gli stranieri. Dall’altra, chi descrive ogni migrante come una minaccia alla sicurezza, alla cultura o all’identità nazionale. Entrambe le impostazioni impediscono di affrontare il problema nella sua dimensione concreta.
Serve trasparenza, i cittadini devono sapere quante persone vengono accolte, quanti irregolari, con quali risorse, per quanto tempo e con quali risultati. La fiducia nelle istituzioni cresce quando le decisioni sono comprensibili e verificabili.
- LA VERA DOMANDA: CHI GOVERNA I CAMBIAMENTI?
Il problema dell’immigrazione non si risolve negando le difficoltà, ma neppure trasformando la paura in una spiegazione universale.
Il terrorismo richiede intelligence, prevenzione e repressione legale. L’immigrazione irregolare richiede frontiere controllate e procedure efficaci. Il degrado urbano richiede amministrazioni presenti, sicurezza e servizi. L’integrazione richiede diritti, doveri e partecipazione. Il radicalismo religioso richiede vigilanza, applicazione della legge e difesa dei principi democratici. Sono politiche diverse, che devono coordinarsi senza essere confuse.
L’Europa deve poter scegliere le proprie politiche migratorie nel rispetto degli obblighi internazionali, garantire la sicurezza dei cittadini e proteggere chi fugge da persecuzioni e guerre. Deve saper distinguere fra chi cerca protezione, chi arriva per lavorare, chi non ha titolo a restare e chi utilizza le rotte migratorie per finalità criminali o terroristiche. Non esiste una soluzione semplice. Esiste, però, una responsabilità che non può essere elusa, governare il fenomeno anziché subirlo. Perché una città nella quale i cittadini perdono fiducia nelle istituzioni è una città più fragile. E uno Stato che non riesce a far rispettare le proprie leggi rischia di alimentare tanto il disagio quanto la radicalizzazione.
La questione migratoria non può essere ridotta alla contrapposizione ideologica fra accoglienza e sicurezza. La vera prova per l’Europa è riuscire a garantire entrambe, senza sacrificare né i diritti fondamentali né la tranquillità delle comunità. Non è una battaglia contro gli stranieri. È una questione di governo, responsabilità e futuro delle nostre città.