
La Spina oggi accusa tutti di essere miopi. Ma prima di impartire lezioni sarebbe utile avere memoria istituzionale
C’è qualcosa che non torna nelle dichiarazioni del sindaco di Centuripe, Salvatore La Spina, sulla cosiddetta Ferrovia delle Arance. Non tanto perché un amministratore abbia deciso di difendere una propria idea. Questo è legittimo. Non tanto perché ritenga la trasformazione dell’ex sedime ferroviario in una Greenway una soluzione possibile. Anche questo è legittimo. Il problema nasce quando, difende una scelta, e smentisce altre fatte un anno fa in controtendenza. Tenta di riscrivere la storia e la verità.
La Spina sostiene che la tratta «tecnicamente non esiste più da decenni», che non sarebbe mai stata avanzata alcuna progettualità e arriva a domandare dove fossero, negli ultimi quindici anni, i sindaci oggi critici. Forse questi non c’erano ancora, verrebbe da dirgli.
Ma una domanda potrebbe essere tranquillamente restituita al mittente, dove era, quando invece, nella discussione istituzionale lo stesso Comune di Centuripe partecipava a percorsi di valorizzazione della vecchia ferrovia e poi li sottoscriveva?
Non stiamo parlando di una linea dimenticata ieri mattina. Il tema del recupero dell’ex Ferrovia delle Arance è da anni dentro il dibattito della Valle del Simeto. Già nel 2021 un incontro promosso dal Presidio Partecipativo, che oggi vorrebbe la dismissione eterna della ferrovia, aveva coinvolto istituzioni e rappresentanti dei territori, compreso proprio il sindaco La Spina, per discutere delle prospettive di recupero della tratta e avviare un percorso di co-progettazione. Che in seguito veniva sottoscritto. E allora sarebbe opportuno evitare la comoda rappresentazione di una classe politica che per quindici anni sarebbe rimasta immobile e di un unico amministratore improvvisamente arrivato a portare la luce. Non è così! Aggiungiamo che fin dal 2012 l’Ordine e la Fondazione degli Architetti di Catania, avevano prefigurato uno scenario compatibile ad una dorsale ferroviaria con attraversamenti ippo-ciclabili per collegare fiume-ferrovia alle città con un workshop internazionale intitolato “Simeto Landscape”.
Adesso il passaggio ancora più delicato. Da quanto risulta dalla ricostruzione politica e documentale richiamata in questa vicenda, poco più di un anno fa, lo ribadiamo, lo stesso La Spina ha sottoscritto un protocollo d’intesa insieme ad altri soggetti istituzionali per chiedere la riattivazione e la valorizzazione della Ferrovia delle Arance, protocollo successivamente trasmesso agli organismi regionali e al Ministero delle Infrastrutture.
Se quella ricostruzione è corretta, allora la domanda è inevitabile. Come si concilia quell’iniziativa con le dichiarazioni odierne? Prima la ferrovia viene considerata una infrastruttura da recuperare e si costruisce un’intesa istituzionale per portare la questione ai livelli regionale e nazionale. Poi, improvvisamente, la tratta diventa un’opera che «tecnicamente non esiste più da decenni» e la Greenway viene presentata come la risposta concreta all’inerzia di tutti gli altri.
Le due posizioni possono certamente essere conciliate. Ma allora La Spina dovrebbe spiegarlo. E soprattutto dovrebbe dire ai cittadini quale sia oggi la posizione ufficiale dell’amministrazione di Centuripe, recupero ferroviario, valorizzazione dell’infrastruttura esistente, Greenway, oppure entrambe le cose in una strategia più ampia?
Perché il problema non è cambiare idea. Il problema è far finta di non averne mai avuta una contraria alla posizione di oggi.
C’è poi un interrogativo politico che merita una risposta precisa. Se l’obiettivo è affrontare una questione che riguarda un’intera valle, perché l’intesa sulla riconversione dell’ex sedime ferroviario è stata costruita, nella forma oggi contestata, solo con il Comune di Paternò? Chi ha costruito quel rapporto? Chi ha aperto quel canale? Chi ha accompagnato La Spina dentro quella interlocuzione? Per usare una metafora volutamente provocatoria, chi lo ha accompagnato a Paternò per mano?
Non è un’accusa. È una domanda. E sarebbe una domanda perfettamente legittima in qualsiasi democrazia, soprattutto quando si parla di un’infrastruttura che attraversa più territori e che, per sua stessa natura, non può essere trattata come il cortile privato di casa propria. È un pezzo di territorio che appartiene a una strategia comprensoriale.
E proprio per questo lascia perplessi l’idea che una questione di questa portata possa essere ricondotta a protocolli, interlocuzioni e decisioni che sembrano muoversi per geometrie politiche oscure, ristrette e precise.
Il sindaco dice: «Se qualcuno ha una idea migliore della mia sono disponibile al dialogo». Bene. È esattamente quello che gli viene chiesto. Non di stare zitto. Non di ritirare la proposta. Non di rinunciare alle proprie convinzioni variabili nel breve periodo. Gli si chiede semplicemente di mettere tutte le carte di gioco in tavola.
Perché se davvero l’idea è buona, sostenibile e finanziabile, non dovrebbe avere paura del confronto. Anzi. Dovrebbe essere il primo a pretendere uno studio serio, costi, tempi, vincoli, proprietà delle aree, stato delle opere, possibilità di ripristino ferroviario, eventuali finanziamenti disponibili, alternative progettuali, ricadute economiche e turistiche. Questo sarebbe il vero confronto. Non l’accusa generica agli altri di essere «miopi». E soprattutto non il principio secondo cui, se non esiste una proposta alternativa, allora gli altri dovrebbero «stare zitti».
No, caro sindaco. In democrazia gli amministratori e i cittadini hanno il diritto di parlare anche quando non hanno ancora pronto un progetto alternativo, che arriverà solo dopo la concertazione politica di quale sviluppo si voglia. La critica non deve necessariamente arrivare accompagnata da un progetto esecutivo.
La questione è molto più seria. La Valle del Simeto ha già conosciuto troppe volte la stagione delle grandi idee trasformate in piccoli giochi di posizionamento. La Ferrovia delle Arance dovrebbe essere l’esatto contrario. Dovrebbe essere una grande occasione di pianificazione territoriale. Un progetto capace di mettere attorno allo stesso tavolo tutti i Comuni interessati, Regione, Ministero, RFI, associazioni, mondo produttivo, università (ma quale università ???) e comunità locali.
E allora il punto non è stabilire chi abbia avuto per primo l’idea della Greenway. Il punto è capire chi abbia intenzione di costruire una strategia seria per quel territorio. Quello che non è serio è trasformare una questione strategica in una gara a chi urla più forte.
LA DOMANDA POLITICA PIÙ SCOMODA. La Spina dice che nessuno, per quindici anni, avrebbe fatto nulla. Ma allora venga a mostrare tutto. I protocolli sottoscritti. Le richieste inviate alla Regione. Le interlocuzioni con il Ministero. Le progettualità elaborate. Le riunioni. Le proposte. Le date. I documenti. E soprattutto venga spiegato perché una impostazione sia stata abbandonata e modificata.
Qualcuno che conosce davvero il funzionamento delle dinamiche amministrative e politiche di questo territorio, e sostiene di conoscere anche il modo di muoversi del sindaco, le sue interlocuzioni e il suo modo di rapportarsi ai diversi interlocutori. Ha fatto una cosa semplice, ci ha messo sul tavolo fatti verificabili, non retroscena. E ci fermiamo qui. Ma noi saremo i primi a pubblicarli al tempo giusto. Perché insinuare non serve. Documentare sì.
LA FERROVIA DELLE ARANCE MERITA PIÙ RISPETTO. Evitare il trucco politico vecchio quanto la politica che chi critica il progetto viene accusato di essere contro il progetto. No. Ma chiedere agli amministratori coerenza, trasparenza e memoria questo si.
Perché il vero problema è capire chi abbia una visione complessiva del territorio e chi, invece, stia semplicemente cercando di intestarsi una partita politica o forse di interessi indicibili.
La Spina dice: «Studiate le carte». Ha ragione. Studiamole tutte. Anche quelle che raccontano cosa è stato detto, sottoscritto e trasmesso appena ieri. Perché sulla Ferrovia delle Arance non servono slogan. Servono le carte. E soprattutto serve la memoria e la verità.