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BASTA CON LE “MANCETTE”? QUANDO CERTA POLITICA NON CAPISCE CHE IL TURISMO È ECONOMIA

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Chiamare “mancette” gli stanziamenti per feste, eventi e iniziative territoriali è l’ennesimo luogo comune di un certo modo di fare opposizione. La vera domanda non è quanto si spende, ma cosa producono quei soldi per i territori.

C’è una parola che torna ciclicamente nel dibattito politico siciliano, soprattutto quando si parla di risorse destinate ai territori, “mancette”.

Una parola facile, comoda, ammiccante. Perfetta per costruire un titolo, molto meno per affrontare seriamente il problema. Perché dietro uno stanziamento destinato a una festa patronale, a un concerto, a una manifestazione culturale o a un evento di promozione territoriale non c’è necessariamente una regalia politica. Può esserci, al contrario, una precisa scelta di politica economica, mettere risorse pubbliche nelle mani di territori che possono trasformarle in presenze, consumi, lavoro, promozione e attrattività. E in Sicilia questa discussione dovrebbe essere affrontata con un po’ più di serietà.

La Sicilia non vive soltanto di industria pesante o di grandi infrastrutture. La sua forza economica passa e in misura sempre più rilevante attraverso turismo, cultura, patrimonio, enogastronomia, eventi e identità territoriale.

Quando in un Comune arrivano migliaia di persone per una festa, un concerto o una manifestazione, quei soldi non finiscono semplicemente nelle casse dell’organizzatore.

Finiscono negli alberghi, nei B&B, nei ristoranti, nei bar, nei negozi, nei taxi, nei servizi, nelle attività commerciali, nei parcheggi, nelle imprese che lavorano nell’organizzazione degli eventi. È questa la cosiddetta economia reale. E allora l’affermazione dovrebbe essere un’altra, quanto ritorno economico genera una manifestazione rispetto alle risorse pubbliche investite? Questa è una domanda politica seria. Chiamare tutto indistintamente “mancetta” è solo uno sproloquio.

Sia chiaro, non tutto ciò che viene finanziato con denaro pubblico è automaticamente virtuoso. Se un Comune, poi, spende male, senza programmazione, senza trasparenza, senza obiettivi e senza verificare i risultati, è giusto che venga criticato. Se una manifestazione serve esclusivamente a distribuire consenso politico, la critica è doverosa. Ma proprio per questo occorre distinguere. Una cosa è contestare uno spreco. Un’altra è sostenere che ogni euro destinato alla promozione del territorio sia per definizione una “mancetta”. È una semplificazione che rischia di diventare persino pericolosa.

Perché porta a un paradosso, si pretende che i territori diventino attrattivi, che aumentino le presenze turistiche, che sostengano il commercio e che valorizzino il patrimonio, ma poi si considera quasi scandaloso investire risorse per creare le condizioni affinché tutto questo accada.

C’è poi un’altra questione. La Sicilia ha bisogno di una politica capace di produrre movimento. Movimento di persone, di imprese, di capitali, di idee. Un territorio che organizza un grande evento non sta necessariamente “facendo festa” può stare costruendo un prodotto turistico attrattivo.

La festa patronale, il concerto in piazza, la rassegna culturale, il festival enogastronomico, la manifestazione legata alle tradizioni locali possono diventare strumenti di promozione. Il turista non compra soltanto una camera d’albergo. Compra un’esperienza. E quella esperienza spesso nasce proprio dalla capacità di un territorio di raccontarsi.

Il problema è che una certa sinistra, quella che sembra vivere su Marte, lontana dalla realtà quotidiana di commercianti, operatori turistici, ristoratori e piccoli imprenditori, continua a raccontare che ogni investimento territoriale sia esclusivamente da giardare attraverso la lente del consenso. Tutto diventa clientelismo. Tutto diventa “mancetta”. Tutto diventa propaganda. È un riflesso ideologico che rischia di non vedere ciò che accade fuori dai palazzi.

Perché mentre qualcuno ironizza sugli stanziamenti, un ristoratore conta i coperti, un albergatore conta le camere occupate, un commerciante aspetta il flusso di visitatori e un’impresa locale lavora. Questa è la differenza tra la politica raccontata da questi sinistri e quella che deve confrontarsi con l’economia dei territori.

La discussione dovrebbe quindi cambiare registro. Non più “Quanto avete dato?”

Ma “Quanto avete investito, per quale obiettivo e quale risultato avete ottenuto?”. Quanti visitatori? Quante presenze? Quanto indotto? Quante attività coinvolte? Quanto ritorno fiscale? Quanta promozione del territorio? Quale ricaduta sulle imprese? Questi sono i numeri sui quali giudicare una politica pubblica, ma questa sinistra fa solo propaganda “sinistra”.

Se un evento costa 20 mila euro e produce migliaia di presenze, riempie strutture ricettive, porta clienti nei ristoranti, negli esercizi commerciali e dà visibilità a un territorio, non è sufficiente chiamarlo “mancetta” per cercare di demolirlo politicamente. Bisogna dimostrare che è stato un cattivo investimento. Altrimenti siamo davanti soltanto a uno slogan stucchevole.

La Sicilia ha bisogno di una politica che sappia investire sulle proprie eccellenze senza vergognarsene. Ha bisogno di programmazione, trasparenza, controllo e qualità della spesa. Ma ha anche bisogno di smetterla con la retorica secondo cui ogni euro speso per un evento sia denaro buttato, è esattamente il contrario.

Perché una Regione turistica che non investe nella propria capacità di attrarre visitatori, raccontare i propri territori e costruire occasioni di consumo rischia di essere molto più irresponsabile di una Regione che investe, misura e corregge. Le “mancette”, dunque, lasciamole alla propaganda. La politica seria deve parlare di investimenti, ritorni economici e sviluppo locale.

E soprattutto deve avere il coraggio di riconoscere una cosa elementare, se una piazza piena di gente genera lavoro per un territorio, non è una fotografia da deridere. È economia. E forse è arrivato il momento di smetterla di guardarla con gli occhi di chi commenta dalla tribuna. La Sicilia non ha bisogno di dileggio. Ha bisogno di più turismo, più impresa e più capacità di trasformare le proprie tradizioni in economia.