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La Nave della Legalità approda a Catania, memoria, mare e coscienza civile contro ogni mafia

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Il mare come ponte di civiltà, la memoria come bussola morale, la legalità come pratica quotidiana e non come slogan da anniversario. È questo il senso più autentico della terza edizione del “Viaggio della Legalità” promosso da Archeoclub d’Italia insieme a Marenostrum, un’iniziativa che ha attraversato il Mediterraneo seguendo le antiche rotte greche e approdando anche a Catania nel giorno simbolo della memoria di Giovanni Falcone.

Ma sarebbe riduttivo raccontare questo evento come una semplice commemorazione della strage di Capaci. In Sicilia le celebrazioni si moltiplicano ogni anno, spesso con il rischio di trasformarsi in rituali prevedibili, incapaci di incidere davvero sulla coscienza collettiva. Stavolta, invece, qualcosa di diverso si è percepito. Perché il viaggio della nave della legalità ha scelto il linguaggio lento del mare, della cultura, dell’incontro umano e della responsabilità condivisa.

L’imbarcazione guidata da Rosario Santanastasio, Pietro Cirigliano, Giuseppe Esposito e Francesca Esposito ha attraversato porti e città trasformando ogni tappa in un laboratorio civile itinerante. Non un palco auto-celebrativo, ma un’occasione di confronto concreto su cosa significhi oggi combattere le mafie.

A Catania, ad accogliere la nave al Molo di Levante, c’erano cittadini, associazioni, rappresentanti istituzionali e operatori culturali. Un lavoro organizzativo importante coordinato da Giusi Liuzzo, presidente della sede catanese dell’Archeoclub, insieme alla collaborazione della Guardia Costiera, della Lega Navale, dell’Autorità Portuale, del Circolo Nautico NIC Catania e del presidente Sergio Petrina.

Ma il punto centrale non è stata la cerimonia. Il cuore dell’evento è stato il messaggio emerso dagli interventi.

Il magistrato Sebastiano Ardita ha ricordato una verità spesso scomoda, la mafia non è un corpo estraneo caduto dal cielo, ma una deformazione interna della società stessa. E forse è proprio questo il nodo più difficile da affrontare in Sicilia.

Interessante il contributo dell’assessore Viviana Lombardo, che ha parlato del lavoro sui beni confiscati e delle politiche giovanili del Comune di Catania. Temi che spesso restano confinati nei comunicati istituzionali, ma che invece rappresentano uno dei veri terreni di sfida per il futuro della Sicilia. Restituire spazi alla collettività significa infatti togliere potere simbolico e sociale alle mafie.

Nella stessa direzione si inserisce il lavoro raccontato da Simone Di Stefano con il progetto NICT NACT, incubatore di innovazione sociale rivolto ai minori e ai quartieri della città. Perché la legalità non può vivere soltanto nelle aule giudiziarie: deve abitare le periferie, le scuole, i luoghi della fragilità sociale.

Molto significativo anche il momento culturale affidato alla scrittrice Dora Marchese, che attraverso Giovanni Verga ha riportato il discorso sulla dimensione più profonda della Sicilia: quella terra sospesa tra fatalismo e desiderio di riscatto. La letteratura, in questo contesto, non è stata un abbellimento intellettuale ma uno strumento di coscienza civile.

L’Archeoclub d’Italia, afferma Francesco Finocchiaro, è impegnato in questa direzione con la lotta alle archeomafie, ai ladri di memoria, ma nello stesso tempo anche a quelle apparenti anomalie che sembrano minori, come la tutela dei paesaggi. I nostri territori, naturalistici, urbani, rurali e marini sono un patrimonio da conservare e tutelare, da curare e coltivare. La mafia si combatte anche attraverso queste azioni di testimonianza e di buone pratiche nel governo della città. Non solo marce e proclami, ma liturgie quotidiane di legalità.

E forse è proprio qui che emerge la riflessione più importante. La legalità non può diventare monopolio di professionisti dell’antimafia o marchio identitario da esibire nelle occasioni ufficiali. Quando la legalità diventa brand, perde credibilità. Quando invece diventa comportamento quotidiano, allora genera trasformazione reale.

La Sicilia ha bisogno meno di eroi celebrati una volta l’anno e più di comunità coerenti ogni giorno. Ha bisogno di amministrazioni trasparenti, di cittadini vigili, di giovani capaci di pretendere meritocrazia e non favori. Ha bisogno soprattutto di recuperare il senso del bene comune, parola ormai quasi rivoluzionaria in una società dominata dall’interesse personale.

La nave della legalità, in fondo, lascia proprio questa immagine, un’imbarcazione che attraversa il Mediterraneo non per trasportare paura o disperazione, ma idee, memoria e responsabilità. Un simbolo potente in un tempo in cui il mare viene raccontato quasi esclusivamente come confine o emergenza.

E allora forse il messaggio più vero di questa iniziativa è semplice, la legalità non si celebra. Si pratica. Ogni giorno. Anche quando non ci sono telecamere, anniversari o applausi.