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Paternò tra Penelope, Polifemo e Ulisse: Quando il dissenso diventa disprezzo: nessuno ha il diritto di mettere sotto accusa un’intera città

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A Paternò anche l’ex Albergo Sicilia sembra essere diventato il teatro di una moderna Odissea cittadina. Da una parte Penelope che tesse la sua idea di accoglienza, dall’altra il Polo Polifemo che guarda al tema dell’inclusione sociale, mentre sulla scena irrompe l’Aria Nuova nel ruolo di un Ulisse contemporaneo con un cavallo di Troia politico che rischia di entrare dentro una sinistra già divisa, aprendo un confronto non solo sui principi ma anche sul metodo. Perché la domanda che molti cittadini si pongono non riguarda soltanto l’accoglienza, valore che nessuna comunità civile dovrebbe trasformare in una bandiera di scontro, ma il modello che si vuole costruire. Accogliere chi? Come? Con quali regole? Con quale trasparenza? Con quali risorse? E soprattutto con quale coinvolgimento della città? Il rischio è che dietro una contrapposizione ideologica tra “buoni” e “cattivi” si perda il punto centrale, la gestione dei fenomeni migratori non può vivere né di slogan né di crociate. Deve essere fatta di trasparenza, sostenibilità e chiarezza anche sull’utilizzo di eventuali fondi pubblici. L’esperienza del grande centro di Mineo ha già insegnato alla Sicilia che quando l’accoglienza diventa un sistema complesso, il confine tra solidarietà, gestione amministrativa e interessi economici deve essere sempre sorvegliato con attenzione. E così l’ex Albergo Sicilia, più che un edificio da recuperare, diventa uno specchio, riflette le contraddizioni di una città e di una politica che spesso litigano sul futuro prima ancora di spiegare ai cittadini quale futuro hanno davvero in mente. Leggiamo il nostro articolo pubblicato sulla Gazzettarossazzurra nel recente numero distribuito nell’ultimo week-end:


Esiste un punto oltre il quale il confronto civile cessa di essere tale e si trasforma in una delegittimazione collettiva. La nota diffusa dall’associazione Penelope sull’ex Albergo Sicilia sembra oltrepassare proprio quel confine.
Il problema non è il sostegno a un progetto di accoglienza. In una democrazia ciascuno ha il diritto di difendere le proprie idee e di proporre la propria visione del futuro. Ciò che appare inaccettabile è il linguaggio utilizzato, perché non si limita a sostenere una proposta, ma finisce per rappresentare un’intera comunità come moralmente colpevole, intrisa di ipocrisia, sfruttamento e persino corresponsabile di presunte violazioni dei diritti umani.
Si tratta di accuse pesantissime. Non rivolte a singole persone o a specifiche responsabilità, ma estese indistintamente a migliaia di cittadini onesti, accomunati in una narrazione che li dipinge come una massa indistinta da rieducare.
L’impressione è quella di un vero e proprio processo alla città. Paternò viene descritta come una comunità dominata da “clan di nativi”, prigioniera di “totem”, “tabù” e “tribù”, espressioni che, inserite nel contesto del comunicato, assumono inevitabilmente un significato denigratorio. Persino il termine “clan” sembra evocare, in modo neppure troppo velato, il peso dello scioglimento per infiltrazioni mafiose, quasi che quella vicenda possa essere trasformata in uno stigma permanente da attribuire indistintamente a tutti i paternesi.
È un salto logico e culturale che non può essere accettato.
Paternò ha tutto il diritto di discutere del destino dell’ex Albergo Sicilia. Può scegliere, attraverso il confronto democratico, se quell’immobile debba diventare una struttura di accoglienza, un albergo sociale, un centro culturale o qualsiasi altra destinazione ritenuta utile alla collettività. Ma nessuno può pretendere di impartire lezioni morali, soprattutto arrivando dall’esterno, descrivendo una comunità intera come razzista, connivente o incapace di comprendere i valori della solidarietà.
Ed è inevitabile che, di fronte a toni tanto aggressivi, qualcuno si domandi quale sia la reale finalità di questo scontro. C’è chi, maliziosamente, si chiede se dietro tanta veemenza possano esserci interessi che vanno oltre il semplice dibattito ideale.
La storia italiana insegna che l’accoglienza può rappresentare un grande valore civile quando viene gestita con trasparenza, programmazione e condivisione. Ma insegna anche che, proprio attorno al sistema dell’accoglienza, si sono sviluppati in passato enormi interessi economici e criminali. Le vicende del CARA di Mineo e di Mafia Capitale rappresentano pagine che il Paese conosce bene e che hanno portato a pesanti responsabilità giudiziarie.
Naturalmente questo non significa che ogni progetto di accoglienza sia sospetto o nasconda interessi illeciti. Significa, semmai, che ogni iniziativa di questa natura deve essere accompagnata dalla massima trasparenza, dal controllo pubblico, dal coinvolgimento dei cittadini e dal consenso della comunità che sarà chiamata a conviverci.
Paternò non ha bisogno di commissari morali. Non ha bisogno di predicatori che arrivano dall’esterno per spiegare ai paternesi chi siano, come vivano o quali valori debbano avere. Ha bisogno di rispetto, dello stesso rispetto che ogni comunità democratica pretende quando discute del proprio futuro.
Le idee possono essere condivise o contestate. I progetti possono essere approvati o respinti. Ma una città non può essere trasformata nell’imputato di un processo ideologico soltanto perché una parte della sua società civile ha espresso, anche attraverso il recente sit-in, una posizione diversa rispetto a quella dell’associazione Penelope.
Colpisce, infine, un altro aspetto. Di fronte a parole che hanno ferito molti cittadini, sorprende il silenzio di una parte della politica locale. Chi ambisce ad amministrare Paternò dovrebbe essere il primo a difendere la dignità della propria comunità, anche quando non condivide le posizioni espresse dai suoi concittadini. Tacere, in casi come questo, rischia di apparire come una scelta di convenienza più che di responsabilità. Le sole note pubbliche sono state di Giuseppe Panassidi de L’Aria Nuova, dell’ex consigliere Alfio Virgolini, quella di Fratelli d’Italia e di Silvio Mirenna di Paternò Che. Ma la sinistra dov’è? Non pervenuta, preferisce assumere comportamente ideologici a difesa dei migranti anziché difendere il proprio territorio così vilmente accusato.
Il confronto è sempre legittimo. Il dissenso è il sale della democrazia. Il disprezzo verso un’intera comunità, invece, non dovrebbe trovare cittadinanza nel dibattito pubblico.


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