Connect with us

Politica

Paternò: Buona notte, ragione. Quando la politica rinuncia alla visione, sono i mostri dell’opportunismo e della mediocrità a prendere il governo della città.

Pubblicato

il

Paternò, il futuro sepolto una città senza visione e senza le sue migliori energie. Una riflessione sul pezzo che Francesco Finocchiaro ha pubblicato oggi.

Una città non muore solo quando finiscono i soldi. Muore quando finiscono le idee. Muore quando smette di immaginare il proprio futuro, ma non propinando libri dei sogni, e si limita ad amministrare il presente.

Governare non significa inseguire il bando del momento, inaugurare qualche opera o accontentare la lobby più rumorosa, ovvero nominare persone prive di competenze solo perché segnalate. Governare significa avere una visione, costruire un progetto di breve-medio-lungo periodo e condividere con la comunità quale direzione prendere. Significa vedere il bosco, non soltanto il singolo albero.

Troppo spesso, invece, si governa per emergenze, convenienze e consenso immediato. Si progettano pezzi di città senza sapere quale città si vuole diventare. La pianificazione viene considerata un ostacolo che non favorisce gli “affari” scappa e fuggi, mentre il futuro viene affidato all’improvvisazione. Così si rincorrono finanziamenti senza una strategia, si realizzano interventi scollegati tra loro e si continua a confondere l’azione amministrativa con la semplice gestione dello squallido esistente. Ma il problema grave è anche un altro. Ed è quello di cui si parla troppo poco.

La grande fuga delle intelligenze

C’è una domanda che dovrebbe inquietare ogni cittadino, dove sono finite le migliori energie di questa comunità? Dove sono i giovani e meno giovani che hanno studiato, lavorato, viaggiato, costruito competenze e esperienze, conosciuto modelli amministrativi e imprenditoriali innovativi? Dove sono coloro che potrebbero aiutare Paternò a cambiare passo? Sono invisibili. Mai coinvolti. Mai ascoltati. Mai chiamati a partecipare alla costruzione del futuro della città, lasciata in balia dei soliti noti. E non parliamo solo della politica ma anche di quella classe medio-borghese, pseudo tecnici, pseudo intellettuali, che non vede, non sente e non parla, ma interviene solo per personalissimi interessi.

Da anni il dibattito pubblico ruota attorno agli stessi, gli stessi nomi, gli stessi equilibri che nel passato sono stati gli autori del sacco della città. Intanto un patrimonio enorme di competenze resta ai margini o prepara la valigia per cercare altrove ciò che qui non trova, fiducia, spazio, responsabilità. Una Paternexit.

Una comunità che non valorizza le proprie eccellenze è una comunità che ha già sepolto il proprio futuro. E questo fenomeno non riguarda soltanto la politica, come accennato prima. Attraversa il mondo delle professioni, della cultura, dell’associazionismo, dell’impresa, della scuola. Le risorse migliori esistono, ma non vengono intercettate. Restano sottotraccia, mentre il ricambio, non certamente solo anagrafico che troverebbe una scorciatoia facile e fuori scala, viene continuamente rinviato.

Una città uscita dai radar. 

Così Paternò è lentamente scomparsa dalle mappe dello sviluppo territoriali e sovra-comunali. Non compare tra i territori che fanno notizia per innovazione, cultura, ricerca o capacità di attrarre investimenti.

La metropolitana arriverà. Ma bisogna riconoscere che quella infrastruttura è figlia della lungimiranza politica democristiana degli anni Settanta, e nessuno oggi può ragionevolmente attribuirsene il merito.

Ma la domanda resta impietosa, quale grande progetto stiamo pianificando perché diventi realtà fra qualche anno?

La risposta è sconfortante. E facciamo un mero esempio. Nel Piano Strategico della Città Metropolitana, l’intervento prioritario individuato per Paternò è la dismissione dell’ex Albergo Sicilia. Viene quasi da sorridere. In realtà c’è poco da ridere. Non vi è altro.

In questo panorama disastroso assistiamo solo al festival permanente dei candidati a sindaco, anche di quelli che nulla c’azzeccano con la città, alla rincorsa ai finanziamenti senza una strategia complessiva, alla gestione delle emergenze elevate a metodo di governo e a una politica che discute più delle persone che dei progetti.

Si parla di nomi, raramente di idee. Si cercano candidature, non competenze ed esperienze. Si difendono posizioni, non visioni. E mentre continuiamo a contemplare la bellezza delle convinzioni, il mondo cambia velocemente. Altre città rigenerano i propri centri storici, investono nella cultura, nell’innovazione, nello sport, nell’agroalimentare, nella ricerca e nella qualità della vita. Pensano ad una Smart-City.

Paternò, invece, rischia di diventare semplicemente il dormitorio di una città più dinamica. Tanto Catania è molto vicina. Andremo lì per i musei, le biblioteche, gli eventi, i servizi, il commercio, le opportunità.

Il vero problema, allora, non è soltanto amministrativo. È anche culturale. È la progressiva rinuncia a immaginare il domani. Perché una città non perde il proprio futuro quando mancano i finanziamenti. Lo perde quando smette di credere nelle proprie idee e, soprattutto, nelle proprie persone. Quando fa partire i propri talenti invece di metterli nelle condizioni di costruire il cambiamento. È allora che il declino smette di essere una fatalità e diventa una scelta.

Buonanotte ragione. Perché il tempo dei mostri comincia sempre quando la visione viene sostituita dall’opportunismo, il merito dalla fedeltà personale, la competenza dalla segnalazione, il futuro dalla paura di cambiare. Diffidate delle promesse elettorali, dei favoritismi e dei libri dei sogni senza una visione concreta, restano soltanto illusioni destinate a svanire il giorno dopo il voto.